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vino bioPesticidi nel vino biologico. Nel suo numero di ottobre 2013, la rivista dell'associazione dei consumatori francese Que Choisir annuncia i risultati della sua analisi indipendente sulle tracce di pesticidi in un campione di 92 bottiglie di vino bio provenienti da diverse regioni vinicole francesi.


I livelli sono risultati "fino a 3.500 volte superiori rispetto allo standard di potabilità delle acque", mentre "la presenza di prodotti vietati è in oltre il 20% dei vini campionati". In una nota, la Fédération nationale de l'agriculture biologique des régions de France (Fnab) spiega come questo sia potuto accadere: è colpa soprattutto delle autorizzazioni per l'irrorazione aerea.

Per questo, i produttori bio d'Oltralpe chiedono più controllo da parte dello Stato, unitamente a una rottura del silenzio dei viticoltori tradizionali, veri responsabili della contaminazione, e a misure concrete di tutela dell'agricoltura biologica, come l'effettiva applicazione del principio del divieto di irrorazione aerea e una tassa sui pesticidi significativa. La domanda, però, sorge spontanea: com'è la situazione in Italia?

C'è da dire, come ci spiega FederBio, che in molti comuni italiani i regolamenti locali prevedono che sia vietato trattare con prodotti fitosanitari e loro coadiuvanti in presenza di vento che abbia una intensità tale da provocare la deriva della miscela, e la conseguente contaminazione di altre colture o aree non interessate al trattamento. Durante i trattamenti con pesticidi, inoltre, vige l'obbligo di evitare che le miscele raggiungano aree sensibili.

Nel caso dei trattamenti in prossimità di abitazioni, di edifici pubblici, di orti familiari e di strade ad uso pubblico, la distribuzione deve essere rivolta esclusivamente verso l'interno della coltura nella fascia di alcune decine di metri dal confine, utilizzando atomizzatori con dispositivi di contenimento e indirizzamento del getto d'aria nei confronti della vegetazione o, meglio, irroratrici a recupero della miscela non intercettata dalla vegetazione.

È possibile, comunque, che una contaminazione come quella francese possa verificarsi anche nei vini biologici del nostro Paese?

Paolo Carnemolla, Presidente FederBio. "Spesso sono le organizzazioni degli agricoltori convenzionali (magari le stesse che si vogliono spacciare per "verdi") a contrastare questi regolamenti, sostenendo che aggraverebbero i costi degli agricoltori (convenzionali), scaricando così il problema sui consumatori, sull'ambiente e sugli agricoltori biologici. Quando un'azienda in una zona ad agricoltura "spinta" vuole convertirsi al bio, l'organismo di controllo è tenuto a verificarne l'idoneità (potrebbe anche non riconoscerla, se è circondata da colleghi che effettuano trattamenti frequenti). Dispone poi che ci siano alberature al confine (fungono da barriera alla deriva dei trattamenti) e che i prodotti raccolti vicino al confine non siano proposti come biologici. L'azienda viene considerata (per quanto del tutto incolpevolmente) in una "classe di rischio" elevata e quindi i suoi prodotti sono analizzati frequentemente. Basta una contaminazione di 0,01 mg/kg (o, se preferisci, di un solo milligrammo per un quintale di prodotto o di 1 solo grammo per 100 tonnellate) a impedire la commercializzazione con certificazione biologica, c'è tanto di decreto ministeriale a stabilirlo. Questo perché il Decreto del MiPAAF vieta di certificare come bio prodotti che abbiano residui di pesticidi oltre le 0,01 p.p.m., dunque i consumatori bio italiani possono stare tranquilli, soprattutto se bevono vino bio italiano. Nella maggior parte dei casi, comunque, a differenza della Francia, da noi i trattamenti aerei (con l'elicottero) sono vietati o limitati allo spargimento di composti di zolfo e rame, che non presentano apprezzabili problemi di tossicità. Comunque, nel quadro delle analisi effettuate dagli organismi di controllo sui vini non registriamo presenza di residui (in ogni caso, ripetiamo, un solo milligrammo per un ettolitro di vino sarebbe sufficiente a imporre il ritiro della certificazione). La viticoltura italiana si differenzia da quella francese: qui abbiamo 655mila ettari di vigneto dalle Alpi alla Sicilia e alla Sardegna, mentre, per intenderci, la sola area del vino Bordeaux è di 110 mila ettari, quella dello Champagne è di 35 mila, quella del Borgogna di 30 mila, il Beaujolais ne fa 25 mila e così via: le produzioni francesi sono molto più concentrate (solo 4 aree doc francesi valgono un terzo della superficie a vite italiana) e di dimensioni superiori a quelle che si registrano in Italia".

Fabrizio Piva, amministratore delegato CCPB. "Assolutamente non è possibile, gli stessi dati provenienti da Legambiente indicano che la presenza di pesticidi oltre i limiti di legge nei prodotti agroalimentari convenzionali è dello 0,3%. Nel biologico questo non sarebbe possibile e non è mai accaduto. Fra l'altro in Italia l'irrorazione aerea è fortemente limitata e soggetta a numerose autorizzazioni per i prodotti convenzionali mentre per i prodotti biologici è vietato".

Alessandro Pulga, direttore tecnico ICEA. "Fortunatamente in Italia è un rischio che non corriamo, sia nel biologico che nelle produzioni convenzionali. L'utilizzo degli agrofarmaci per via aerea è sempre stata una pratica poco diffusa in Italia (sopratutto a causa del forte frazionamento della proprietà e diversificazione delle colture) fino ad essere vietata, con la sola esclusione dei per prodotti microbiologici. I nostri piani di controllo prevedono nelle aziende vitivinicole analisi quasi sistematiche, sia al fine di accertare il rispetto delle norme di vinificazione biologica recentemente introdotte dal Reg. CE 203/12 che per verificare la conduzione biologica del vigneto, mediante analisi chimiche multeresiduali. Fino ad oggi raramente abbiamo trovato residui di antiparassitari vietati nei vini biologici e, quando sono stati rilevati, le concentrazioni erano molto inferiori rispetto ai limiti di legge".

Ivo Nardi, Cantina Perlage. "Le aziende biologiche costituiscono una minoranza rispetto alla normale destinazione d'uso del territorio agricolo, si trovano quindi ad essere dislocate all'interno di territori 'convenzionali'. Condizione che rende obbligatoria l'adozione di procedure per gestire i rischi di contaminazione. Dov'è possibile rispettando distanze sufficienti a evitare le derive. In altre condizioni piantumando siepi di separazione. Altrimenti raccogliendo le uve perimentrali, destinandole ad un mercato diverso da quello biologico. Di rilevante importanza, anche la 'formazionÈ degli agricoltori convenzionali di vicinato, che devono attenersi ad un rispetto delle scelte dell'azienda biologica. Adottando le procedure elencate, possiamo affermare che l'assenza di contaminanti è garantita e verificata, sia dalle analisi di routine svolte dagli organismi di certificazione, sia da analisi molto più estese e severe eseguite volontariamente dalla nostra azienda. Da precisare che, nel nostro territorio, fortunatamente è molto limitata l'irrorazione aerea. Modalità assolutamente da vietare a causa delle inevitabili ed incontrollate derive".

Alessandro D'Elia, direttore marketing Suolo e Salute. "In Italia, a differenza della Francia, i trattamenti aerei in viticoltura convenzionale sono quasi del tutto assenti, permangono solo in pochissime aree del nord e anche in queste zone stanno del tutto scomparendo. Per cui, se davvero il problema della contaminazione dei vini biologici riscontrata in Francia trova un reale fondamento nell'effetto deriva dovuto agli interventi aerei su produzioni in convenzionale, mi sento di escludere completamente che i nostri vini biologici possano essere interessati dallo stesso problema. Al contrario, posso dire che i dati ufficiali dei controlli analitici effettuati su vino biologico in Italia, fatti dagli Organismi di controllo e dagli Organi di vigilanza, riportano percentuali molto basse di positivi. Da premettere, peraltro, che quando parliamo di biologico, di norma, un'analisi è positiva quando un determinato pesticida non ammesso supera la soglia limite di 0,01 mg/kg. Tale soglia, in molti casi, è 100 volte inferiore a quella prevista normalmente per i vini convenzionali. Ditemi se questo non è un grande valore aggiunto per i consumatori di vino biologico sul piano della salubrità del prodotto".

Roberta Ragni

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