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consumo suolo

Il DDL sul consumo di suolo passa alla Camera, dopo 4 anni di discussione. Un primo passo è compiuto per ridurre la mole di cementificazione del territorio italiano, in modo da salvaguardare il paesaggio e le attività agricole.

Il decreto, in realtà, inserisce nel nostro ordinamento per la prima volta il concetto stesso di consumo del suolo, e stabilisce il principio base secondo cui il consumo del suolo è consentito solo quando non ci sono alternative di riuso

Dunque di certo una buona notizia, anche in considerazione dei preoccupanti dati di Ispra. L’istituto, dipendente funzionalmente dal Ministero dell’Ambiente a cui il legislatore affida il monitoraggio della situazione, attesta nel suo Rapporto 2015 come in termini assoluti il consumo di suolo in Italia abbia già intaccato ormai circa 21 mila chilometri quadrati del nostro territorio, con un valore di suolo consumato pro-capite che passa dai 167 metri quadrati del 1950 per ogni italiano, a quasi 350 metri quadrati nel 2013.

Da più parti, comunque, arrivano richieste di modifica al Senato.

Ma quali sono, quindi, i punti più critici sui quali il Senato dovrebbe intervenire? L’abbiamo chiesto ad associazioni ed esperti.

Michele Munafò, ingegnere responsabile del Rapporto Ispra sul consumo di suolo:

Il testo approvato alla Camera indica alcuni principi fondamentali e fornisce nuovi strumenti utili a incentivare il riuso e la rigenerazione urbana. É inoltre finalmente riconosciuta l’importanza del suolo come bene comune e risorsa non rinnovabile, essenziale per i servizi ecosistemici che produce anche in funzione della prevenzione e della mitigazione degli eventi di dissesto idrogeologico e delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici.

Tuttavia, ritengo che per raggiungere l’obiettivo europeo dell’azzeramento del consumo di suolo netto entro il 2050 (che non vuol dire azzerare le trasformazioni urbane e le nuove infrastrutture, ma compensarle con interventi di recupero di uguale entità), debbano essere almeno riviste le definizioni, non adeguate dal punto di vista tecnico-scientifico e non in linea con quelle europee. Con il testo attuale, un azzeramento del consumo di suolo secondo le definizioni previste dal DDL, potrebbe non coincidere con un azzeramento del consumo di suolo secondo quanto richiesto dall’UE.

Questo a causa di alcune deroghe previste a livello di definizioni stesse, per le quali non devono essere considerati come consumo di suolo i servizi di pubblica utilità, le infrastrutture e gli insediamenti prioritari, le aree funzionali all’ampliamento di attività produttive esistenti, gli edifici, i fabbricati, le opere e le infrastrutture connessi in qualche modo alle attività agricole, gli spazi inedificati inseriti in area urbanizzata e tutte le zone di completamento, ovvero la gran parte delle aree edificabili previste dai piani urbanistici comunali attuali e futuri. Il tutto considerando che la procedura di definizione dei limiti è estremamente complessa e che non sono stabilite le percentuali di riduzione da raggiungere nel corso degli anni.

Infine, l’inserimento di tutte le eccezioni già a livello di definizione, potrebbe rappresentare un ostacolo al monitoraggio del fenomeno, rendendo indispensabile un doppio sistema di misurazione (con dati nazionali non coerenti con quelli richiesti dall’Europa) estremamente oneroso (nonostante sia chiarito che non debbano esserci nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica).

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Franco Iseppi, Presidente Touring Club Italiano:

Questo decreto legge rappresenta un primo passo per il contenimento del consumo del suolo, e di questo siamo contenti perché sono anni che il Touring chiede un’azione governativa in questo senso a tutela del paesaggio italiano. Il testo approvato alla Camera è però assai migliorabile e deve essere migliorato.

Per esempio non ci sono riferimenti di alcun tipo all’impegno nel raggiungimento, entro il 2050, al consumo di suolo zero. Anzi, nell’articolo 1 ci si riferisce genericamente a un contenimento del consumo di suolo e questo non è sufficiente. Inoltre si consente il consumo nei casi in cui non esistono alternative consistenti: come si interpreta quel “consistenti”, a chi è demandata la sua interpretazione?

Per di più sono vaghi i riferimenti agli strumenti di pianificazione e censimento delle aree in disuso che devono essere redatti dai Comuni: qualora – come è probabile – questi non li realizzassero, come si farà a valutare se esistono alternative concrete e valide a una nuova edificazione?

Ma soprattutto sono alquanto preoccupanti le norme transitorie contenute nell’articolo 11, laddove si dice che tutti i progetti inseriti nei vari piani territoriali prima dell’entrata in vigore della legge potranno comunque essere portati a termine anche quando sia stata presentata semplicemente un’istanza al Comune interessato: una deroga che rende di fatto vuota la legge, posticipando la sua reale attuazione di almeno tre anni.

C’è il rischio che il nostro territorio, un bene così prezioso e finito, continui quindi per altri tre anni a venir trattato dai Comuni come un bancomat, dal quale prelevare denaro sotto forma di oneri di urbanizzazione. Non è certo questo il senso della legge che abbiamo auspicato.

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Edoardo Zanchini, Vicepresidente di Legambiente, architetto e dottore di ricerca in pianificazione territoriale e urbana:

Un punto molto positivo della legge è una nostra proposta poi recepita da tutti i gruppi parlamentari: in futuro, per qualsiasi nuova occupazione di suolo, agricolo o naturale, sarà necessario un censimento da parte del Comune delle aree ed edifici dismessi, in modo da dover motivare la necessità del terreno.

L’alternativa al consumo di suolo è la rigenerazione urbana, per cui attraverso questo censimento obbligatorio, si lancia un messaggio molto chiaro ai comuni. Che questo articolo sia entrato nella legge è per noi molto importante e che ci fa ben sperare.

Tuttavia il Senato dovrebbe intervenire sulle troppe deroghe introdotte alla Camera rispetto ai limiti sul contenimento del consumo di suolo nei tre anni di periodo intermedio fino all’entrata in vigore della nuova procedura prevista per la riduzione del consumo. Molte deroghe in questi tre anni, troppe, che permettono di costruire in zone agricole e di dare attuazione a previsioni del piano regolatore che non si sarebbero fatte in questi tre anni.

Inoltre questa norma è troppo complicata, prevedendo troppi interventi da parte dello Stato, delle Regioni, dei Comuni, con il rischio che, in uno Stato in cui non ci si occupa di territorio da decenni, perché è una materia trasferita alle Regioni, poi il meccanismo sia inattuabile. Per cui noi chiediamo che il provvedimento venga semplificato.

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Costanza Pratesi, Responsabile sostenibilità ambientale e relazioni esterne presso FAI-Fondo Ambiente Italiano:

Consapevole che il suolo è un bene comune e una risorsa non rinnovabile, fonte di cibo, filtro e riserva d'acqua, sede della biodiversità, deposito di memoria e fondamento del paesaggio naturale e umano, il FAI auspica che l'Italia si doti al più presto di una legge in grado di tutelare questa risorsa.

Tra i punti di forza del testo approvato lo scorso 12 maggio alla Camera, vi sono le finalità della legge (suolo come bene comune e risorsa non rinnovabile), all'allineamento con le definizioni internazionali, all'introduzione del principio del limite e all'adozione dell'obiettivo europeo che impone il consumo zero al 2050. All'obbligo della priorità del riuso e della rigenerazione urbana senza consumo di nuovo suolo. Al divieto di utilizzo degli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente. Alla “banca dati” del patrimonio edilizio inutilizzato e al registro dei Comuni virtuosi.

I punti invece su cui il Senato dovrebbe intervenire, affinché la legge diventi realmente cogente ed efficace vi sono principalmente le definizioni: le definizioni di suolo, di superficie agricola naturale e semi-naturale e di impermeabilizzazione sono troppo ambigue.

Nella prima, per esempio vi è una equiparazione a fini di calcolo compensativo tra suolo agricolo naturale e seminaturale e suolo de-impermeabilizzato: un assurdo scientifico e un azzardo urbanistico. Anche le norme transitorie della legge che fanno salvi i piani attuativi “adottati” o – addirittura - solo “presentati” prima dell'entrata in vigore della legge, sono un eccesso di zelo e una ingiustificata rinuncia ad incidere sulla tutela della risorsa.

Infine l'esclusione delle opere strategiche di interesse nazionale dalla misurazione del consumo di suolo rischia di fornire un quadro distorto della effettiva disponibilità della risorsa e dell’emergenza della situazione.

Roberta De Carolis

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