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Glifosato contaminazione

Il glifosato è ovunque. L’erbicida più usato al mondo è stato trovato anche nei cibi che mangiamo tutti i giorni, come risulta da un’indagine condotta dalla rivista Test-Salvagente su prodotti alimentari di uso più comune tra cui pasta e altri cibi a base di cereali.

Purtroppo però il glifosato è un probabile cancerogeno, come stabilito dallo Iarc (Agenzia di ricerca sul cancro dell’Oms), anche se secondo l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza degli alimenti) le prove non sono ancora sufficienti per dichiararne con sicurezza la cancerogenicità.

Alcuni paesi si oppongono alla proroga della sua autorizzazione ma finora l’erbicida commercializzato dalla Monsanto non è stato bandito dal mercato, perché non c’è consenso unanime e comunque nessun paese ha presentato in Commissione un dossier per la sua classificazione come cancerogeno accertato per l’uomo (categoria 1a) o per gli animali (categoria 1b).

Il mondo dell’agricoltura è diviso, tra chi ritiene la molecola indispensabile e chi pensa che siamo ancora in tempo per delineare strategie agricole diverse.

Ma è possibile soddisfare le richieste alimentari senza l’erbicida? L’abbiamo chiesto ad associazioni ed esperti del settore.

Vincenzo Vizioli, Presidente Associazione Italiana Agricoltura Biologica:

È evidente che il metodo di agricoltura biologica e in ogni caso un’agricoltura rispettosa per l’ambiente sono in grado di soddisfare il fabbisogno alimentare, perché il problema di questo pianeta non è la quantità di prodotto, bensì la sua distribuzione.

In ogni caso la vera domanda è: “Ma in nome dell’opulenza e della quantità della resa, possiamo rischiare la salute dei cittadini e dell’ambiente?”. A questo bisogna rispondere. Purtroppo per l’ennesima volta il glifosato, come altri prodotti, ci sono stati presentati come prodotti innocui, mentre oggi i dati di Salvagente ma anche altri di cronaca recentissima, indicano che dove si è cercato nell’acqua, nella birra, nel pane, e in altri alimenti, si sono trovati residui di glifosato.

E si continua a calpestare il principio di precauzione. Se fosse vero che l’Efsa ha dubbi sulla cancerogenicità, è anche vero che nessuno ha dimostrato che non c’è rischio. Quindi, in nome del principio di precauzione, vale più la salute dei cittadini che il profitto della Monsanto.

Maria Grazia Mammuccini, consigliere di FederBio e portavoce della campagna #Stopglifosato:

“Con la Campagna Stop Glifosato vogliamo affermare che la priorità è difendere la salute dei cittadini e dell’ambiente e contemporaneamente che le alternative all’uso del glifosato esistono. Si tratta di buone pratiche agronomiche sostenibili a partire dai metodi di coltivazione biologici e biodinamici.

Nella situazione attuale pratiche come lo sfalcio e la trinciatura delle erbe rappresentano alcune delle possibili risposte ad emergenze che sono sotto gli occhi di tutti come l’impoverimento della sostanza organica nel terreno, l’erosione dei suoli e la perdita di la biodiversità.

Ed è proprio di fronte a queste emergenze e alle sfide che ci pongono i cambiamenti climatici, le questioni ambientali ed energetiche, che dobbiamo cambiare modello di produzione agricola rispetto a quello attuale basato su alti imput chimici ed energetici.

Anche solo il dato che negli ultimi 20 anni siamo passati da una sola specie di “infestante” resistente al glifosato a più di 200 ci dice che dobbiamo cambiare strada.

La priorità è investire in ricerca e innovazione puntando alla piena affermazione dell’agricoltura biologica e biodinamica, in grado di aumentare la fertilità dei suoli, la capacità di sequestro di carbonio, quella di trattenere acqua riducendo le necessità d’irrigazione e aumentando contemporaneamente la produttività nel medio lungo periodo. E sono proprio queste oggi le tecniche innovative in grado di rispondere in maniera adeguata alla domanda di cibo buono e sano per il futuro.

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Daniela Sciarra, Responsabile Politiche Alimentari Legambiente e curatrice del dossier :

Ci sono metodi di produzione già orientati al non utilizzo di questo erbicida, pensiamo ad esempio all’agricoltura biologica e alle tecniche agronomiche che, già oggi, tutelano e rigenerano i presupposti ambientali e biologici degli agroecosistemi.

Sarebbe sicuramente necessario orientare gli investimenti in ricerca e innovazione per rispondere in modo sempre più strutturale alla domanda di prodotti coltivati senza il ricorso al glifosato che, allo stato attuale, è considerato dallo Iarc un probabile cancerogeno.

É utile evidenziare, anche alla luce di recenti ricerche, che il divario di rendimento fra agricoltura convenzionale e biologica è relativamente piccolo, e potenzialmente sopravvalutato, vale a dire tra il 15,5% e il 22,9% di rendimento in meno per l’agricoltura biologica.

Questa differenza di rendimento scende al 9% e all’8% quando al biologico sono associate anche le tecniche di diversificazione. Il tutto va valutato considerando anche che negli anni è stata finanziata molto di più la ricerca sull’agricoltura convenzionale rispetto a quella biologica.

C’è poi da aggiungere che la produttività agricola non è l’unico fattore che influenza la soddisfazione delle richieste alimentari. La fame nel mondo è causata dalla povertà e dalla disuguaglianza, non dalla scarsità.

La produzione agricola potrebbe soddisfare il fabbisogno dell’intero pianeta se si riuscisse a garantire una distribuzione più equa delle risorse e modelli agricoli non intensivi ma sempre più orientati alla sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

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Mario Guidi, Presidente di Confagricoltura:

Non facciamo come con la carne, lanciando proclami senza un’appropriata valutazione degli effettivi rischi. Prima di togliere l’autorizzazione ad un erbicida come il glifosato servono certezze scientifiche, altrimenti si crea solo un danno ai produttori ed all’ambiente.

Teniamo presente che per l’Efsa (European Food Safety Authority – Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare con sede a Parma), espressasi su richiesta della Commissione europea, è invece improbabile che il principio attivo in questione costituisca un pericolo di cancerogenicità per l’uomo.

Ricordiamo inoltre che il prodotto chimico viene utilizzato quasi esclusivamente in presemina senza entrare in contatto con la pianta e favorisce l’adozione delle tecniche di agricoltura conservativa (semina diretta, minima lavorazione, ecc.), apportando benefici ambientali come la diminuzione delle emissioni di anidride carbonica, una minor erosione del suolo, un maggior contenuto di sostanza organica, trattenendo maggiormente l’acqua nel suolo ed aumentando le capacità di stoccaggio del carbonio.

Sappiamo bene di andare controcorrente ma siamo consapevoli che l’eliminazione del glifosato, non supportata da motivi fondati, comporterebbe l’utilizzo di altre molecole a volte più invasive a livello ambientale, oltre a ridurre ulteriormente la competitività dell’agricoltura italiana. Confidiamo quindi che vi siano valutazioni ulteriori, auspicando il coinvolgimento del comparto agricolo.

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Fiorella Belpoggi, Direttrice del Centro di Ricerca sul cancro Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna, coordinatrice di uno studio indipendente sull’erbicida:

Il glifosato è uno degli erbicidi più utilizzati a livello mondiale. Solo negli Stati Uniti, è presente in oltre 750 prodotti dedicati alle coltivazioni intensive (in particolare quelle OGM che ne hanno incorporato la resistenza), agli orti e al giardinaggio.

Nel 2013 la produzione mondiale di glifosato ha raggiunto circa 700 mila tonnellate; il trend purtroppo nei prossimi anni è destinato a crescere e si stima che entro il 2020 la richiesta di raggiunga il 1 milione di tonnellate.

Negli USA il glifosato e le coltivazioni OGM resistenti al glifosato detengono pressoché il monopolio in interi settori agricoli quali le coltivazioni di mais, soia e cotone. Basti pensare che il suo utilizzo coinvolge circa il 30% delle terre emerse e che mai nessun pesticida, neppure il DDT, ha avuto una diffusione paragonabile.

Lo Iarc ha recentemente classificato il glifosato come probabile cancerogeno. Secondo Efsa invece le prove non sono ancora sufficienti per dichiararne con sicurezza la cancerogenicità. Cosa fare nel frattempo? È possibile giungere al bando del glifosato in Italia?

La diffusione dell’erbicida è tale che anche chiudendo le frontiere sarebbe impossibile garantire che il glifosato non arrivi sulle nostre tavole. Il bando di un composto con un così grande impatto deve essere globale, non è efficace un bando nazionale soprattutto perché è impossibile monitorare tutte le derrate alimentari in entrata. Al bando globale ci si può arrivare solo con la certezza della cancerogenicità del glifosato.

Ma, nel caso si arrivasse al bando globale, cosa succederebbe all’agricoltura? Sicuramente l’industria ha da tempo nel cassetto prodotti alternativi, e, nel caso di dati più certi sulla cancerogenicità del prodotto, va richiesta con priorità la sostituzione del glifosato con composti alternativi più sani.

Studi sull’impatto sulla salute di erbicidi alternativi devono essere una priorità per l’industria. La sostenibilità di un prodotto deve essere valutata non solo sul bilancio costi-benefici di tipo economico, ma, e soprattutto, sul bilancio costi-benefici di tipo umanitario.

La politica agroalimentare oggi deve affrontare diverse sfide fra le quali produrre quello che serve senza affamare il mondo (pensiamo a quanti milioni di ettari sono dedicati alla produzione di biofuels invece che a cibo), evitare gli sprechi, produrre sano, ecc.. L’agricoltura, anche quando di tipo industriale, deve mantenere il suo secolare ruolo armonico di nutrice dell’uomo.

Roberta De Carolis

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