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Olio palma sostenibile

L’olio di palma è un ingrediente presente in moltissimi cibi, perchè spesso utilizzato dall’industria alimentare come sostituto economico del burro, e in diversi prodotti di bellezza, e in alcune aree del mondo (Indonesia e Malesia in primis) la sua produzione è parte rilevante dell’economia locale.

È noto però che vaste aree adibite alla coltivazione delle palme da cui questo si estrae sono frutto di deforestazione, con gravi conseguenze per gli ecosistemi e le popolazioni locali, oltre che per numerose specie che ora sono in pericolo, tra cui troviamo tigri, elefanti, oranghi e rinoceronti.

Le zone dove questo avviene, che coincidono con quelle dove tale produzione è così importante per l’economia, sono porzioni di mondo dove le leggi ambientali sono carenti o del tutto assenti. Chiaramente non a caso.

Alla luce di un dibattito etico ed ambientale legato all’olio di palma, a fine ottobre 2015 è nata l’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile, che assicura di produrre l’ingrediente in modo sostenibile, ma che raccoglie aziende e associazioni di vari settori merceologici nei quali viene utilizzato, tra le quali Ferrero, Nestlè, e Unilever, le quali non rievocano esattamente esempi brillanti di sostenibilità.

Ma a prescindere da questo, l’olio di palma sostenibile esiste davvero? L’abbiamo chiesto a ricercatori e associazioni con posizioni differenti.

IL NO

Roberto Cazzolla Gatti, biologo ambientale ed evolutivo, professore associato in Ecologia e Biodiversità, Tomsk State University (Russia)

Assolutamente no, l’olio di palma sostenibile non esiste! Sia chiaro: si usa olio di palma a livello industriale esclusivamente perché costa molto meno degli altri oli e lo si produce in luoghi dove le leggi di tutela dell’ambiente e dei diritti umani sono carenti.

Con il termine “olio di palma sostenibile” i promotori di campagne pubblicitarie ingannevoli che circolano sui media nazionali e i grandi gruppi di certificazione (come l’RSPO o il CSPO) lasciano intendere che possa esistere un olio tropicale prodotto senza tagliare le foreste, che ha origini conosciute e, quindi, tracciabili, ma è solo greenwashing.

Innanzitutto perché i certificatori della sostenibilità sono le stesse aziende produttrici in collaborazione con ONG che, spesso, vengono sovvenzionate da queste multinazionali. In secondo luogo, perché quella che viene spacciata per produzione “sostenibile” non ha nulla di diverso dalla produzione tradizionale.

È solo una questione di tempo, ma la deforestazione resta. Infatti, le foreste primarie vengono deforestate e bruciate (stessa sorte delle torbiere), per essere convertite in piantagioni da olio esattamente come quelle non certificate, ma la “sostenibilità” viene attestata dopo che è trascorso qualche anno dal taglio illegale ed è praticamente impossibile sapere se, dove ora cresce una piantagione di palma “certificata sostenibile”, solo fino a qualche anno fa non ci fosse una rigogliosa foresta.

Chi promuove questo bluff fa leva sull’incertezza dei danni alla salute, ma è la distruzione delle foreste, l’enorme inquinamento dovuto al trasporto verso l’Europa (oltre 12 mila km via nave o aereo), e la perdita della biodiversità tropicale, insieme alle violazioni dei diritti umani e dei popoli indigeni, che dovrebbe preoccuparci di più.

È inimmaginabile pensare di produrre olio di palma per i futuri 9 miliardi di esseri umani senza perdere la maggior parte delle foreste tropicali. Il boicottaggio (anzi il boicottaggio sociale”, che implica il portare a conoscenza degli altri, con tutti i mezzi possibili, i motivi della nostra scelta) non solo funziona, ma è anche l’unica arma di cui disponiamo, nei paesi che alimentano questo commercio, per fermare la distruzione.

Ecco perché le aziende lo temono tanto e sminuiscono la sua utilità. Chiederemo all’Unione Europea di mettere al bando i prodotti contenenti oli tropicali, prima che sia troppo tardi per le foreste e che gli oranghi restino solo pezzi da museo, o da zoo.

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I DUBBI

Federica Barbera, ufficio aree protette e biodiversità di Legambiente:

Se da una parte l’olio di palma è diventato negli ultimi anni l’olio vegetale più usato nel mondo, dall’altra sta subendo una campagna globale di boicottaggio partita dai consumatori preoccupati dai potenziali danni alla salute, nonché dai risvolti ambientali e sociali della coltivazione di questa pianta.

Come regolarsi, quindi, su questo tema dove si dice tutto e il contrario di tutto? La strada per poter parlare di “sostenibilità” riteniamo sia ancora molto lunga ed è necessario individuare i principi che devono assolutamente essere rispettati come, ad esempio, il raggiungimento del target ‘deforestazione zero’.

Ad oggi, infatti, la produzione di olio di palma è una delle principali cause di distruzione delle foreste, soprattutto nel sud est asiatico, con conseguente pericolo per la sopravvivenza di specie a rischio, come oranghi e tigri.

Le foreste, inoltre, apportano un sostanziale contributo alla lotta ai cambiamenti climatici, grazie alla loro capacità di assorbire anidride carbonica. Evitare tagli indiscriminati per far posto alle piantagioni di olio di palma e utilizzare aree il cui sottosuolo contiene bassi livelli di carbonio, in modo che la conversione non comporti un aumento delle emissioni, sono due elementi imprescindibili.

Nonostante ciò, non dobbiamo dimenticare che per portare questo prodotto dalla Malesia o l’Indonesia ai mercati di consumo o trasformazione in occidente si impiegano tonnellate di combustibili, accrescendo così l’emissione di gas-serra.

Infine, il tema dei diritti dei lavoratori: è fondamentale garantire la salute di coloro che lavorano nelle piantagioni, assicurandogli assistenza medica; impedire casi di schiavitù e di lavoro minorile; proteggere i diritti delle popolazioni indigene, anche promuovendo le piccole aziende locali.

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IL SI’

Martina Borghi, campagna Foreste di Greenpeace Italia:

L’olio di palma può essere prodotto in maniera responsabile. L’approccio ‘High Carbon Stock’ (Elevato Stock di carbonio) permette, ad esempio, di individuare le aree dove è consigliato realizzare piantagioni di palma da olio, ovvero terreni degradati, con basso valore naturalistico e di stoccaggio di carbonio. Si evita così di convertire le preziose foreste del Sud Est Asiatico, che sono invece importantissimi bacini di biodiversità e depositi di carbonio.

Anche per questa ragione è stato creato nel 2013 il Palm Oil Innovation Group (POIG), uno strumento nato con l’obiettivo di rendere più ambiziosi gli standard della Tavola Rotonda per l’Olio di Palma Sostenibile (RSPO), che mira ad assicurare che l’impegno contro la deforestazione preso dalle aziende venga formalizzato da un accordo ambizioso, trasparente e verificabile da enti terzi.

Fanno parte del POIG organizzazioni come Greenpeace, Wwf, Rainforest Action Network; grandi marchi come Ferrero, Danone, Stephenson & Boulder; e il gigante dell’olio di palma indonesiano Musim Mas Group.

Stefano Savi, Direttore Globale Relazioni Esterne RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil):

Produrre olio di palma in maniera sostenibile è possibile, e la missione della RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) è quella di riuscire a trasformare l’intero mercato dell’olio di palma in questo senso.

Dal 2004, anno di fondazione della RSPO, ad oggi abbiamo ottenuto risultati importanti: il 21% della produzione è infatti certificata sostenibile, per un quantitativo complessivo pari a circa 13.5 miliardi di tonnellate e 3,5 milioni di ettari di piantagioni certificate.

Sappiamo però che quanto fatto finora ancora non basta, e per questo abbiamo definito per il 2020 una serie di obiettivi a livello globale. Per l’Europa, l’obiettivo è di far si che 100% dell’olio di palma consumato sia certificato sostenibile.

Un obiettivo ambizioso ma che riteniamo raggiungibile attraverso azioni di sensibilizzazione della filiera e dell’opinione pubblica. Allo stesso tempo, stiamo rinforzando – in un’ottica di miglioramento continuo – i criteri di sostenibilità per la produzione di olio di palma.

Per venire incontro alle esigenze del segmento di mercato più evoluto abbiamo lanciato recentemente un addendum volontario alla nostra certificazione, chiamato RSPO NEXT, che prevede criteri aggiuntivi in termini di lotta alla deforestazione, ulteriori procedure di prevenzione e contrasto agli incendi, e un maggiore impegno a favore dei piccoli produttori e delle comunità locali.

Roberta De Carolis

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