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Referendum sì no

Referendum trivelle: il prossimo 17 aprile gli italiani sono chiamati ad esprimersi su una norma che consente la proroga delle concessioni di estrazione di idrocarburi attualmente in corso, entro le 12 miglia dalla costa alla scadenza, per tutta la “durata di vita utile del giacimento”. Una vittoria del sì, ammesso si raggiunga il quorum (50% più uno degli aventi diritto) la abrogherebbe, impedendo, a scadenza, il rinnovo delle concessioni.

A quelle future o comunque non ancora iniziate, totalmente entro le 12 miglia, è già stato dato lo stop dal MiSe, quelle che ricadevano parzialmente in questa fascia saranno riperimetrate (dovranno dunque arretrare), oltre le 12 miglia, invece, le compagnie petrolifere potranno continuare ad operare.

Il referendum parla dunque solo di concessioni in attività entro le 12 miglia. Ma quali sono le reali conseguenze, anche a lungo termine, di un’eventuale vittoria del sì? L’abbiamo chiesto a Gianfranco Borghini, ex-parlamentare e Presidente del Comitato ‘Ottimisti e Razionali’ che sostiene il no, e a Enzo Di Salvatore, costituzionalista e co-fondatore del Comitato Coordinamento Nazionale No Triv, sostenitore del sì.

I numeri e gli impatti a lungo termine si sono rivelati discordanti, ma è comunque giusto che i cittadini, chiamati di fatto ad esprimere il loro parere sulla politica energetica nazionale, siano a conoscenza di entrambe le voci. Ecco il faccia a faccia tra il sì e il no.

Cosa (e quanto) estraggono attualmente le trivelle che potrebbero essere fermate se vincesse il SÍ al referendum?

EDS. Le attività in essere riguardano sia gas che petrolio e si parla di estrazione entro le 12 miglia marine. Secondo i dati del Ministero si tratta di 135 piattaforme, tra produttive e non produttive, ricadenti in 25 concessioni.

Ma le stime del Ministero sono incomplete, perché il Ministero indica pochissime concessioni relative al petrolio, ma in realtà sono di più. Per esempio nel canale di Sicilia indica la concessione Vega A, ma in realtà ce ne sono almeno altre due. Le trivelle dunque estraggono per lo più gas, ma anche petrolio.

Contribuiscono al fabbisogno energetico soddisfatto in totale per il 15% nel caso del gas e per il 10% nel caso del petrolio. C’è però da precisare che non esiste alcun legame diretto tra fabbisogno energetico nazionale ed estrazioni, perché chi estrae diventa proprietario di ciò che estrae, restituendo allo Stato il 7% del valore se si tratta di petrolio, il 10% se si tratta di gas. Il resto quindi ci viene nuovamente venduto.

GB. Non ci sono trivelle ma piattaforme ed è della loro sorte che si discute. Le piattaforme interessate sono 92 di cui 8 non più operative. La produzione, sia a terra che a mare, di gas naturale in Italia è pari a 7,3 miliardi di metri cubi, che coprono il 11,8% del fabbisogno nazionale. Il contributo delle piattaforme a mare oggetto del referendum è pari al 60/70% di quel 11,8%.

Che fabbisogno energetico soddisfano i giacimenti italiani?

EDS. Con le percentuali indicate in precedenza.

GB. Per il gas il 11,8% e per il petrolio il 10,3% dei consumi nazionali. Grazie a questa produzione autoctona risparmiamo 4,5 miliardi di euro all’anno. Non poco.

Referendum sì no1

Se dovesse vincere il SÍ si perderebbero davvero posti di lavoro?

EDS. No, perché il referendum non incide sulle attività in essere, quindi, se dovesse vincere il sì, il 18 aprile non ci sarebbe il blocco delle attività. Incide invece sulla durata delle concessioni, quindi il problema si porrà quando scadranno le concessioni, 5 tra 5 anni, tutte le altre tra 10 e 20 anni. Questo secondo i dati del Ministero.

GB. Certamente, a cominciare da quelli dei lavoratori impegnati sulle piattaforme sino a quelli dei lavoratori che operano nell’indotto. Nell’arco di pochi anni sarebbero migliaia.

Una vittoria del SÍ costringerebbe l’Italia a un’importazione di gas e/o petrolio significativamente più massiccia dell’attuale?

EDS. No, non cambierebbe nulla a mio avviso. Quelle concessioni andrebbero comunque a scadere, perché la durata di vita utile del giacimento non resterà in piedi comunque, a prescindere dal referendum, in quanto, palesemente illegittima perché in contrasto con le regole sulla libera concorrenza del diritto europeo, prima o poi arriverà sul tavolo della Corte Costituzionale e quasi sicuramente verrà aperta una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia da parte dell’Unione Europea. È possibile, quindi, che vadano comunque a scadenza naturale. Pertanto rispetto allo scenario precedente non cambia nulla.

GB. , almeno per una quota equivalente a quella cui dovremmo rinunciare. Le fonti non sono cosi facilmente interscambiabili come si dice perché soddisfano bisogni diversi : da quelli delle centrali a ciclo combinato, ai trasporti su gomma , ai consumi domestici, etc..

Qual è l’impatto delle trivelle su paesaggio, turismo e posti di lavoro legati alla pesca?

EDS. L’impatto sul turismo e la pesca è significativo in termini di PIL nazionale. I dati sono quelli presenti nel Vademecum che abbiamo distribuito nella campagna referendaria (disponibile a questo link, N.d.R.)

GB. Le piattaforme si trovano ad una distanza dalle coste tale da non produrre un impatto significativo sul paesaggio. Sono certamente più impattanti le pale eoliche sulle colline. L’effetto sul turismo, come conferma la Romagna che ospita il maggior numero di trivelle, è nullo. La pesca non solo non è danneggiata ma, come nel caso dei mitili, ne trae un vantaggio.

La piattaforma Eureka, che si trova al largo della costa californiana, è diventata un’oasi marina. Come ha dichiarato il dott. Love della Università di Santa Barbara, la piattaforma rappresenta un perfetto habitat per i pesci e per le altre forme di vita marina.

Referendum sì no2

Continuare a investire sulla ricerca delle fonti fossili ostacola lo sviluppo delle fonti rinnovabili?

EDS. Il punto è questo: il referendum incide, è vero, solo su una norma, però serve anche a dare un indirizzo da parte dei cittadini sulla strategia energetica nazionale che vogliamo affrontare in futuro.

Nel 2013 il governo Monti, ormai dimissionario, ha adottato la Strategia Energetica Nazionale, disegnando per il nostro Paese, un rilancio delle attività petrolifere, nella convinzione che fosse più conveniente investire nelle fonti fossili che in quelle rinnovabili.

GB. Non c’è nessun rapporto. La cessazione delle attività estrattive in essere non avvantaggerebbe in nulla la ricerca e gli investimenti nelle fonti rinnovabili. Sono campi ben distinti non vasi comunicanti.

Quanto inquinano le piattaforme per l’estrazione di idrocarburi italiane?

EDS. Sono un giurista e non uno scienziato, quindi non posso rispondere in termini quantitativi. So comunque che l’inquinamento dovuto alle piattaforme è fisiologico.

GB. Le piattaforme sono oggetto di un controllo costante e di monitoraggi scrupolosi eseguiti da Autorità indipendenti e amministrazioni competenti. I soggetti abilitati a fare le verifiche sono selezionati con bandi europei. A vigilare non c’è solo l’Ispra ma anche il CNR, l’Istituto Italiano di geofisica, di Oceanografia e e quello di Geologia otre, ovviamente , alle Capitanerie di Porto, alle Asl e alle Usl e, per ciò che è di loro competenza l’Istituto superiore di Sanità e i ministeri competenti.

Non sono stati rilevati ad oggi né danni ambientali nè incidenti di particolare rilievo. Si tratta di una attività sicura che, per la parte che si trova entro le 12 miglia, andrà pian piano ad esaurimento. Quello che conta è che tutto ciò avvenga nella massima sicurezza per le persone e per l’ambiente, e senza infliggere al paese e ai lavoratori inutili sacrifici economici.

Roberta De Carolis

Foto di Gianfranco Borghini

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