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La Conferenza sul clima di Parigi (COP21) è iniziata da qualche giorno e molte sono le attese. La Commissione Europea ha ribadito quanto sia importante raggiungere un accordo mondiale equo, ambizioso e giuridicamente vincolante. Tale accordo dovrà essere globale, duraturo e dinamico in modo da accelerare la transizione globale verso economie a basse emissioni di carbonio per contrastare i cambiamenti climatici.

L’obiettivo ultimo è quello di limitare la crescita della temperatura media del pianeta entro i 2°C e per far questo sarà necessario dimezzare le emissioni globali entro il 2050, punto di arrivo su cui molti, attualmente, dubitano. La COP21 dovrebbe terminare con un accordo vincolante per tutti gli Stati, ma purtroppo non è sicuro che accada questo, come già in passato si è verificato.

Cosa possiamo aspettarci, dunque, davvero, dalla COP21? Abbiamo posto questa domanda a diversi esperti del settore.

Pietro Colucci, Amministratore Delegato di Innovatec:

Cop 21 è senz’altro l’opportunità più significativa degli ultimi anni per il mondo della green economy e per il futuro del nostro sistema in relazione agli eventi climatici. Parigi era stata preparata con estrema cura dalla Francia, che per tre anni ha investito sulle manifestazioni laterali, sulla presenza di altri Premier che potessero finalmente impegnare i rispettivi Paesi con le maggiori responsabilità nelle emissioni, come Cina e Stati Uniti.

Purtroppo le vicende ultime del terrorismo aprono questo grande appuntamento sotto il peso dei sistemi di sicurezza e dell’attenzione dei media. Oggi mi auguro che quello che sembrava essere un incontro risolutivo e che vedrà per la prima volta la presenza storica del Premier cinese, assente addirittura per la firma del protocollo di Kyoto vent’anni fa, saprà dare al mondo un’indicazione sugli impegni da assumere nei prossimi anni, per cercare di contrastare i cambiamenti climatici e ottenere l’obiettivo dei 2 gradi che sembra lontanissimo.

COP21 1

Photo credits: Robert Delaunay

Livio De Santoli, Presidente di AiCARR, Associazione Italiana Condizionamento dell’Aria:

La sensazione è che Cop 21 si avvii a ratificare un trattato giuridicamente non vincolante con un accordo sulla convergenza verso i 2°C assegnato ad una generica indicazione rivolta a ciascuno Stato di impegnarsi volontariamente in azioni di riduzione dell’inquinamento.

Se fosse veramente così, assisteremmo ad un ennesimo fallimento della Conferenza dell’Onu. Significherebbe far venir meno l’urgenza di una decisione, assegnando di fatto ai cambiamenti climatici un carattere non universale e una priorità inferiore rispetto alla crisi economica in atto e alla lotta al terrorismo. Facendo finta di non sapere che invece sono, questi, aspetti tra loro collegati e sovrapposti.

A Parigi invece occorrerebbe fissare definitivamente i tempi (brevi) e le modalità (stringenti) per realizzare una de-carbonizzazione dell’economia (come d’altronde evocato dalla energy union), un potenziamento del vettore elettrico prodotto esclusivamente da rinnovabili, un’agricoltura a impatto climalterante nullo, una modificazione radicale del sistema della mobilità senza fossile e senza proprietà individuali. Per tutto questo, servono accordi cogenti e comportamenti coerenti della società e dei suoi individui (le comunità dell’energia).

Infatti una visione strategica del futuro non può non considerare le azioni di efficienza energetica un driver per abbandonare la crisi, non ritenere l’economia verde un’opportunità per nuovi posti di lavoro, non ammettere che esiste il rischio di affrontare costi energetici più elevati quando il mondo sarà obbligato ad abbandonare, senza politiche industriali coerenti e affidabili, i combustibili fossili.

La paura è quella di veder uscire da Parigi solo blandi scenari di adattamento e di mitigazione, che avrebbero l’effetto di perseverare con una struttura economica e sociale incompatibile con la nostra stessa esistenza.

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Photo credits:

Gianni Silvestrini, Presidente Coordinamento Free:

La Conferenza sul clima ha ottenuto un risultato importante prima ancora del suo inizio ufficiale. Il fatto che nei mesi scorsi praticamente tutti i paesi abbiano presentato i loro obiettivi di contenimento delle emissioni seguendo un approccio bottom-up rappresenta una geniale soluzione per evitare un flop come quello registrato a Copenaghen.

Del resto questo era l’unico percorso praticabile, non essendo pensabile la definizione di un obiettivo generale da ripartire in maniera differenziata tra i vari paesi. A Parigi dovranno precisarsi i contenuti precisi dei piani di molti paesi in via di sviluppo condizionati dalla disponibilità di aiuti, i famosi 100 miliardi/a dal 2020 già promessi ma non ancora completamente materializzati. E poi ci saranno da discutere i sistemi di monitoraggio delle emissioni e l’effettuazione di verifiche periodiche.

Certo, gli impegni assunti sono ancora insufficienti, ma è molto probabile che l’aggravamento della crisi climatica e il successo delle politiche di riduzione delle emissioni comporteranno un futuro innalzamento degli obiettivi di molti paesi, ad iniziare dalla Cina.

Il contesto attuale, con la forte determinazione di Obama, la disponibilità cinese, l’impegno europeo che rimane significativo malgrado recenti incertezze e il deciso richiamo etico di Papa Francesco, rappresenta un momento magico. Insomma, ora o mai più.

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Francesco Ferrante, vice Presidente di Kyoto Club:

Purtroppo già dopo le battute iniziali della COP21 si conferma una distanza troppo grande tra ciò che sarebbe necessario e ciò che prevedibilmente sarà il risultato della Conferenza. Servirebbero misure in grado di fermare il riscaldamento della temperatura del Pianeta entro la soglia dei 2 gradi con obiettivi vincolanti per tutti di riduzione delle emissioni talmente rilevanti da consentire il controllo della concentrazione dell’anidride carbonica in atmosfera e soddisfare la richiesta degli scienziati dell’IPCC.

Ma questo non avverrà: è impossibile che questo sia l’esito di Parigi. L’unica area del mondo, tra i paesi emettitori, che arriva alla Conferenza con questa posizione, seppur in maniera controversa, troppo prudente e al solito balbettante, è l’Unione Europea.

Bene che vada l’asse tra Cina e Usa porterà a una presa d’atto (con controlli tutti da verificare) della somma degli impegni, fuori dall’Europa assai più modesti, dai singoli Paesi. Impegni che sommati non riuscirebbero a tenere la temperatura sotto quella soglia.

Dovremmo quindi guardare con pessimismo alla COP di Parigi, se non per il fatto che dobbiamo comunque constatare che si è fatto un grande passo avanti rispetto al vero fallimento di Copenhagen e che forse dobbiamo considerarla solo come una tappa di avvicinamento e che presto inevitabilmente quella forbice tra “necessario” e “impegno concreto” si chiuderà.

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Sergio La Motta, ricercatore Dipartimento di Sostenibilità dei Sistemi Produttivi ENEA:

La COP21 è chiamata, a Parigi, a finalizzare un Protocollo o un altro strumento legalmente vincolante, applicabile a tutte le Parti firmatarie la Convenzione sui Cambiamenti Climatici, allo scopo di soddisfare l’obiettivo ultimo della Convenzione ovvero stabilizzare le concentrazioni dei gas ad effetto serra in atmosfera ad un livello tale da prevenire pericolose interferenze antropogeniche sul sistema climatico.

Secondo le valutazioni dell’Intergovernmental Panel for Climate Change (IPCC), si tratta di limitare la crescita della temperatura media del pianeta entro i 2°C. Per raggiungere questo obiettivo è necessario dimezzare le emissioni globali entro il 2050 per poi arrivare ad una completa decarbonizzazione entro il 2100. Per soddisfare l’obiettivo al 2050 è necessario che, da un lato, i Paesi industrializzati riducano le proprie emissioni di circa l’80%, mentre, i Paesi in Via di Sviluppo (PVS) dovranno deviare in maniera sostanziale dalla loro curva emissiva in assenza di misure.

Per ottenere questo obiettivo è necessario che i Paesi industrializzati trasferiscano ai PVS le risorse economiche e tecnologiche per realizzare questa operazione. Un accordo globale sul Clima dovrà contenere, quindi, elementi relativi alla mitigazione, ovvero alla riduzione delle emissioni, all’adattamento, al trasferimento finanziario e tecnologico.

Nel testo oggetto di negoziato a Parigi, sono attualmente presenti, come opzioni negoziali, i differenti punti di vista delle Parti che dovranno firmare il Protocollo; in particolare, schematizzando, i PVS chiedono un maggiore intervento finanziario e tecnologico da parte dei Paesi industrializzati mentre, da parte loro, i Paesi industrializzati chiedono impegni di riduzione delle emissioni che coinvolgano tutti i Paesi.

Se si arriverà a Parigi a un accordo, è molto probabile che, sul fronte della mitigazione, saranno considerati, come contributi volontari, le offerte decise autonomamente dai singoli Paesi, i cosiddetti ‘Intended National Determined Contribution – INDCs’ che, secondo le più accreditate valutazioni, non sono in grado di raggiungere l’obiettivo dei 2°C ma sono compatibili con un obiettivo di 2,7-3 °C.

Per ovviare a questo limite, si immaginerà un percorso che, partendo da quanto disponibile, possa, con valutazioni e revisioni successive, consentire un adeguamento degli impegni nel tempo. Contemporaneamente, per soddisfare i PVS nelle loro esigenze di sviluppo sostenibile e di protezione dei loro territori, è assai probabile che si considererà un intervento di trasferimento finanziario e tecnologico sia per la mitigazione che per l’adattamento.

Il sentiero per arrivare a un accordo che soddisfi tutte le Parti non sembra obiettivamente molto stretto, ci sono elementi per essere ottimisti sulla buona riuscita del negoziato; il fantasma del fallimento di Copenhagen sembra lontano ma è pur vero che possibili ostacoli sono sempre dietro l’angolo.

Una chiave di volta per superare i possibili ostacoli è quello di considerare il principio di responsabilità comune e differenziata, stabilito dalla Convenzione, non come un elemento di sostanziale incomunicabilità tra Paesi industrializzati e PVS, ma come uno strumento di collaborazione internazionale con benefici comuni; lo scopo: la transizione verso una società a bassa emissione di carbonio.

Redazione Greenbiz.it

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