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caffaro 250x166L’Ilva di Taranto è diventato un caso nazionale, ma ci sono altri siti in Italia che presentano situazioni e dati a dir poco allarmanti. Uno di questi è la Caffaro di Brescia, ex industria chimica.

I DATI - Uno studio messo a punto da Marino Ruzzenenti, storico ambientalista, qualche mese fa parla chiaro: considerando i dati Arpa relativi alla concentrazione di diossine dei due siti, tra il 1929 e il 1984, emerge che a Brescia sono state prodotte 150mila tonnellate di policlorobifenili. Non solo. Il massimo di diossine all’Ilva arriva a 351 nanogrammi per kg di terra, sotto la Caffaro a 325 mila nanogrammi.

Tutti sanno che per anni la Caffaro ha riversato sostanze pericolose – veri e propri veleni – direttamente nel terreno. Ma il dato più agghiacciante è un altro. A Taranto le diossine toccano quota 10 nanogrammi o poco più, alla Caffaro sono di 300 volte più elevate. E anche negli organismi dei cittadini che vivono nei pressi del sito la concentrazione di diossine è di 10 volte superiore a quella dei soggetti che vivono a Taranto. Consideriamo poi che a Brescia c’è poco vento in generale, quindi le sostanze restano tutte “ferme” nell’aria.

NON SI GIOCA NEI PARCHI, NON SI COLTIVA - Come a Taranto, anche a Brescia, nei dintorni della Caffaro, i bambini non giocano nei parchi e da un decennio 25 mila persone non possono coltivare orti. Fuori dal sito, nel 2007 è stato riscontrato nel latte delle mucche un livello di diossina troppo elevato. Sempre nel 2007 a Brescia le diossine nell’aria – con in funzione l’inceneritore e non le acciaierie – erano doppie se confrontate a quelle pugliesi.

MANCANO LE RISORSE ECONOMICHE PER LA BONIFICA - Inutile dire che sono sempre mancati i fondi per la bonifica del sito e anche quelli promessi non sono mai giunti a destinazione. Brescia resta tra i 57 siti di interesse nazionale per la bonifica, che rientrano nelle 250 mila zone identificate dall’Ue come a rischio sanitario.

LA DENUNCIA ALL’UE - E all’Ue è arrivata una denuncia da parte “Comitato popolare contro l’inquinamento zona Caffaro”. Il dito è puntato contro le istituzioni: Comune, Regione Lombardia e ministero dell’Ambiente. Nessuno di questi soggetti avrebbe rispettato per anno il diritto comunitario sulla salvaguardia della salute pubblica ed ambientale.

Anna Tita Gallo

GreenBiz.it

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