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fashion4Nel futuro dell’industria della moda ci sarà sempre maggiore attenzione alla sostenibilità. Lo ipotizzano i guru del Forum of the Future, organizzazione no profit inglese volta a promuovere lo sviluppo sostenibile che ha delineato i quattro scenari dello sviluppo sostenibile del fashion system mondiale nel 2025.

Ma ne sono sempre più convinte anche le aziende del settore che iniziano a preoccuparsi in maniera più concreta della sostenibilità sociale ed ambientale del loro business. La moda, è ormai noto, è un’impresa globale che genera un giro d’affari annuale di circa 1.334 miliardi di dollari e coinvolge circa 26,5 milioni di lavoratori in tutto il mondo. L’abbigliamento ed il tessile rappresentano circa un 7% del totale delle esportazioni mondiali. L’impatto ambientale e sociale di questa industria per via del volume della merce prodotta è elevatissimo: da questo punto di vista è il terzo settore al mondo dopo quello dei trasporti e l’industria alimentare.

Ma quali sono i principali elementi che determinano l’impatto ambientale e sociale del fashion business? Sono fondamentalmente quattro: i tradizionali metodi di coltivazione/produzione delle materie prime, alcune fasi del processo produttivo degli indumenti, la fase finale della vita dei prodotti e le condizioni economiche e sociali dei lavoratori, in particolare di quelli che operano nelle aziende terziste dei Paesi in via di sviluppo.

Per quanto riguarda la coltivazione delle materie prime, il cotone, filato tra i più utilizzati nell’industria tessile, è una pianta particolarmente soggetta all'attacco di numerose specie di insetti e richiede, di conseguenza, grandi quantità di pesticidi e insetticidi. Per la sua coltivazione sono necessari infatti il 22,5% degli insetticidi usati in tutte le coltivazioni mondiali e il 10% dei pesticidi. Per far crescere il cotone è inoltre necessaria una elevatissima quantità d’acqua. È stato stimato, per esempio, che solo la coltivazione del cotone necessario per realizzare un paio di jeans richieda circa 800 litri d’acqua. Molti tra i tessuti utilizzati dall’industria tessile sono inoltre fibre sintetiche, come ad esempio il nylon e il poliestere, realizzati attraverso l’impiego di derivati dal petrolio. Per la realizzazione del nylon viene rilasciato in atmosfera protossido d’azoto, un gas serra, con un potere climalterante, maggiore di 310 volte rispetto a quello dell’anidride carbonica. Altri rischi per l’ambiente sono quelli derivanti dall’utilizzo di sostanze nocive usate nella fase della tintura e nei trattamenti protettivi cui sono sottoposti tessuti e capi d’abbigliamento. In alcune parti del mondo, gli indumenti possono venire tinti o sbiancati usando i prodotti chimici tossici senza le dovute precauzioni. Le sostanze chimiche utilizzate, quindi, possono essere dannose per la salute dei lavoratori e finire nei corsi d’acqua, danneggiando gli ecosistemi locali. Anche in questa fase di produzione molto elevato è il consumo d’acqua. Si stima che durante il processo di tintura di una t-shirt vengano utilizzati circa 16-20 litri d'acqua.

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Il prodotto dell’industria dell’abbigliamento ha un ciclo di vita brevissimo. Un indumento ha una durata “commerciale” stimata di circa tre mesi, per via del susseguirsi delle collezioni stagionali. Ogni anno, ad esempio, nella sola Gran Bretagna vengono gettati nelle discariche circa 1,2 milioni di tonnellate di abiti, il 50% dei quali potrebbero essere riciclati. Questi concorrono alla formazione di un percolato tossico che si infiltra nel terreno e nei bacini idrici, nonché di gas metano che si disperde in atmosfera. Una maggiore attenzione alla gestione dell’ultima fase del ciclo di vita del prodotto eviterebbe la dispersione di sostanze nocive e ridurrebbe l’utilizzo di materie prime vergini. E poi c’è l’aspetto sociale: circa tre quarti della produzione mondiale di abbigliamento viene realizzata nei Paesi in via di sviluppo: nel Sud-Est asiatico, in Nord Africa e in America Centrale. In molti casi i lavoratori sono precari, non sindacalizzati e vengono sottoposti a condizioni di lavoro estenuanti e non salutari con salari che non superano in media i due dollari al giorno. Diffuso è anche l’impiego di lavoro minorile.

Tali impatti ambientali e sociali non potevano rimanere ignorati o nascosti per lungo tempo. La sempre più ampia diffusione della consapevolezza degli aspetti appena citati da parte dei consumatori, delle istituzioni, delle organizzazioni non governative e delle imprese stesse ha portato allo sviluppo di una serie di iniziative di informazione e di azione. Le aziende del settore moda si sono mosse singolarmente o in associazione per proporre linee di prodotti progettati e realizzati pensando all’ambiente, oltre che alle ultime tendenze.

Comincia così a svilupparsi l’eco – moda nelle sue declinazioni di moda biologica e moda solidale.

La moda biologica si basa sull’utilizzo di tessuti derivanti da filati rigorosamente naturali ed organici, trattati con tinture naturali e confezionati adottando processi produttivi che minimizzano l’impatto sull’ambiente. Nascono anche certificazioni e standard internazionali: lo standard internazionale GOTS (Global Organic Textile Standard), consente di definire in modo univoco quando un prodotto tessile può essere definito biologico. Tra i filati figurano il cotone organico, coltivato secondo le pratiche dell’agricoltura biologica, la juta, la fibra vegetale più diffusa dopo il cotone, biodegradabile al 100% e riciclabile, la canapa, coltura ecologica che non richiede pesticidi o erbicidi, rende fertili i terreni e richiede ridottissime quantità d’acqua. Tessuto che sembrava ormai estinto, la nuova diffusione della canapa è stata fortemente voluta dal Consorzio CanapaItalia di Ferrara. Ma vengono utilizzati anche il bambù, l’ortica, il lino biologico. Si diffondono i tessuti derivanti da indumenti riciclati o dalla trasformazione di altri materiali come ad esempio il poliestere derivante dal riciclo delle bottiglie in plastica. Armani è stato il primo a introdurre negli anni ’90 una propria linea ecologica, con jeans realizzati utilizzando capi riciclati e con indumenti in canapa coltivata senza pesticidi e diserbanti e ora presenta la Armani Jeans Denim Culture con capi realizzata in fibra di bambù.

Per quanto riguarda l’attenzione al riciclo/riutilizzo degli abiti, Patagonia, azienda USA che produce abbigliamento sportivo, è stata la prima ad incentivare i suoi clienti a lasciare nei negozi i capi usati per favorirne il riciclo. Azione che oltre a proteggere l’ambiente, permette all’azienda di ridurre l’utilizzo di materie prime nella produzione di nuovi capi. Da allora molti sono seguiti. In Italia l’ultimo esempio è di Elena Mirò del Gruppo Miroglio che per i 25 anni dell’azienda ha dato la possibilità di acquistare gli abiti dell’ultima collezione con il 25% di sconto a chi consegnava in boutique un abito da riciclare.

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La moda solidale, l’altra faccia dell’eco-moda, è rivolta, oltre che al rispetto dell’ambiente, al miglioramento delle condizioni di lavoro, sociali ed economiche dei lavoratori del settore operanti nei paesi in via di sviluppo. Si è diffusa in Italia e nel mondo grazie alle organizzazioni del commercio equo e solidale. L’Associazione generale italiana del commercio equo e solidale (Agices, www.agices.org ) a mondiale World Fair Trade Organization (www.wfto.com ) non rilasciano marchi di certificazione di prodotto, ma attestano che l’intera organizzazione agisce nel rispetto dei criteri del fair trade. Sono presenti sul mercato italiano prodotti di abbigliamento certificati da Fairtrade Italia (www.fairtradeitalia.it ) marchio utilizzabile da imprese e distributori che garantisce che i prodotti con il suo simbolo siano stati lavorati senza causare sfruttamento e povertà nel Sud del mondo e siano stati acquistati secondo i criteri del commercio equo e solidale. Un esempio italiano viene dalla grande distribuzione: la linea di abbigliamento Solidal della Coop. Nata nel 2007, comprende polo, T-shirt, jeans, camicie, tutti capi realizzati secondo le regole che caratterizzano il Fair Trade.Ai lavoratori e ai piccoli produttori dei Paesi in via di sviluppo vengono garantiti condizioni di lavoro dignitose, salari sicuri e consistenti e contributi aggiuntivi per la realizzazione di opere sociali nelle comunità. Sono assicurati inoltre processi di lavorazione esenti da sostanze tossiche. Nella fase di tintura, non sono impiegati coloranti cancerogeni e/o allergizzanti. Non sono utilizzati sbiancanti a base di cloro.

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Tra le iniziative nate invece grazie alla collaborazione di gruppi di imprese del settore ricordiamo il Piano di azione per l’abbigliamento sostenibile (Sustainable Clothing Action Plan - SCAP), messo in atto in Gran Bretagna da circa 300 tra distributori e griffe della moda tra cui Marks & Spencer, Tesco, Sainsbury’s, Nike, Continental Clothing ed Oxfam. Le loro prime azioni concrete sono state il lancio di un programma di restituzione degli abiti usati in negozio (M&S e Oxfam), la messa al bando del cotone proveniente da Paesi che utilizzano manodopera infantile (Tesco), l’applicazione per la prima volta su prodotti tessili di un’ etichetta che mostra la loro impronta carbonica (Continental Clothing) e l’apertura di negozi che propongono abiti di seconda mano di buona qualità.

Le iniziative e le proposte della moda ecologica sono molte e diversificate anche se in alcuni casi presentate o percepite come episodiche e occasionali piuttosto che come elementi di una strategia globale e di lungo termine volta alla riduzione dell’impatto ambientale dell’industria nel suo complesso. Ed anche in questo settore la tentazione del greenwashing è forte: mettere in evidenza un solo aspetto “verde” del prodotto non basta per etichettarlo come eco-friendly, ecosostenibile, eco-solidale. Per essere effettivamente sostenibile, un indumento dovrebbe aver percorso il minor numero di chilometri possibile, essere durevole, essere realizzato con materiali organici e riciclabili, con processi produttivi rispettosi dell’ambiente e dei lavoratori e dovrebbe essere rimesso con facilità nella filiera produttiva al momento della dismissione per rientrare nella stessa come materia prima secondaria.

La strada da percorrere verso l’ecosostenibilità della moda è ancora lunga, ma la direzione imboccata è sicuramente quella giusta. Speriamo ora di non dover attendere il 2025.

Paola Valeri

GreenBiz.it

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