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tavolapiattoLa Camera approva il testo sugli home restaurant, quel fenomeno legato (impropriamente?) alla sharing economy, nato dal desiderio di privati cittadini di aprire le porte di casa a nuovi commensali, ma che con il tempo ha richiesto una regolamentazione ad hoc.

Gli home restaurant sono equiparabili ai ristoranti tradizionali? E’ questa la domanda che da tempo circola e crea malumori proprio tra chi lavora nel settore della ristorazione. Il motivo è facilmente immaginabile: là dove viene somministrato cibo occorre una regolamentazione, almeno secondo i ristoratori, che hanno subito intuito come dietro questa moda ci potesse essere qualcuno che ne approfitta per aggirare la normativa che regola il settore.

Il fenomeno si è diffuso a macchia d’olio, sono nate app per facilitare l’incontro domanda-offerta e questo ha accomunato sempre di più gli home restaurant a ristoranti veri e propri. Da un lato c’è chi prenota un pasto, dall’altro c’è chi lo prepara e lo offre, peraltro dietro compenso. A questo punto, la differenza diventa molto labile. Ecco perché una regolamentazione è diventata necessaria per dare ordine ad una situazione che spesso sfocia nella concorrenza sleale.

Marcello Fiore, dg di Fipe-Federazione italiana pubblici esercizi, dichiara all’Ansa: “Siamo ampiamente favorevoli all'impegno da parte delle istituzioni a far rispettare le norme a garanzia della salute pubblica, dei diritti dei lavoratori e della trasparenza, mettendo fine, inoltre, ad un'evasione fiscale e contributiva pressoché totale".

Ora il testo passerà al Senato, ma possiamo già leggere le restrizioni che include:

- Non oltre 500 coperti all’anno e 5 mila euro di guadagno;

- I locali devono avere l’agibilità e rispettare le condizioni igieniche delle abitazioni: non è possibile creare un home restaurant in un b&b o in una casa vacanze in una stessa abitazione;

- Chi funge da cuoco deve essere assicurato sui rischi, mentre l’abitazione per la responsabilità civile verso terzi; i cuochi inoltre non devono avere condanne penali;

- Occorre comunicare al comune l’avvio attività.

Il MiSE entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge provvederà poi ad emanare altre norme attuative, mentre un decreto del ministero della Salute illustrerà i dettagli relativi alle misure sanitarie da adottare (norme igieniche e procedure di lavorazione idonee), definendo anche misure volte alla lotta contro l’alcolismo.

Anna Tita Gallo

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