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Continua il percorso di avvicinamento alla Conferenza delle Parti di Parigi (COP21) del prossimo dicembre: nonostante il susseguirsi di vertici e incontri, la politica fatica a trovare una soluzione condivisa, mentre l'opinione pubblica preme per il raggiungimento di un accordo vincolante sulle emissioni.

Gli impegni sul clima assunti dai diversi Paesi nel corso delle Conferenze ONU degli anni passati si fermano al 2020: al prossimo incontro di Parigi, pertanto, ci si attende un accordo sul post-2020, che risponda ad una situazione climatica che, negli anni, è notevolmente peggiorata.

Ma l'impresa sembra ardua: perché si raggiunga un'intesa è infatti necessario che il consenso tra i 190 Paesi che prenderanno parte alla Conferenza sia unanime e che economie, mentalità e orientamenti politici estremamente diversi trovino finalmente un punto di incontro.

Dopo il G7 appena conclusosi in Baviera, le trattative proseguiranno nei prossimi giorni a Bonn, per l'ennesima tappa intermedia di questo lungo percorso fatto di incontri, scontri, divergenze e tentativi di mediazione.

Proprio in occasione dell'ultimo G7, i Paesi più sviluppati hanno sottolineato la necessità di contenere l'aumento globale delle temperature entro i 2°C rispetto ai livelli preindustriali. Tuttavia, una ricerca appena pubblicata da Oxfam ha mostrato che ben cinque dei sette paesi che hanno preso parte al summit hanno aumentato il loro uso di carbone: complessivamente, nel 2013 Gran Bretagna, Germania, Italia, Giappone e Francia hanno bruciato il 16% di carbone in più rispetto al 2009.

E tutto questo nonostante numerosi studi indichino che, per centrare l'obiettivo dei 2°C, è necessario che le riserve di carbone non ancora estratto restino lì dove sono, senza essere toccate.

Nonostante i ripetuti successi del movimento di disinvestimento e le buone notizie che arrivano dalla Cina, che per la prima volta ha ridotto l'utilizzo di carbone, è quindi evidente come, a proposito di clima ed emissioni, la politica globale navighi ancora a vista, tra buone intenzioni e contraddizioni.

Non stupisce pertanto che, in vista di Parigi e nonostante sforzi, vertici e proclami, non si intraveda ancora un'intesa soddisfacente: tra i nodi più difficili da sciogliere, ci sono l'effettivo stanziamento dei fondi promessi ai Paesi più poveri, più esposti ai rischi derivati dai cambiamenti climatici e meno responsabili della loro genesi, e la necessità di decidere se rendere l'accordo sulle emissioni che si dovrebbe raggiungere a dicembre legalmente vincolante, oppure lasciare ai singoli Paesi la libertà di stabilire autonomamente i propri obiettivi. Un problema all'apparenza solo formale e che, invece, è alla base di numerosi attriti.

L'esempio del Protocollo di Kyoto (1997), legalmente vincolante e sottoscritto dai rappresentanti di quasi tutti i Governi del mondo ma, nonostante questo, ampiamente disatteso negli anni successivi, fa comprendere come non sia sufficiente pervenire alla stesura di un accordo, affermando che tutti sono tenuti a rispettarlo, ma sia fondamentale che i Governi si facciano carico delle promesse e le trasformino in realtà. Senza il pieno sostegno della politica, insomma, nessun trattato, per quanto completo e ben scritto, avrà mai piena efficacia.

Inoltre, qualunque sia l'esito dell'incontro Parigi, è chiaro sin da ora che il problema dei cambiamenti climatici non verrà risolto una volta per tutte in quella sede: i Governi dovranno continuare ad incontrarsi, anno dopo anno, per confermare i propri impegni nel percorso di riduzione delle emissioni.

Mentre i Governi continuano a discutere e confrontarsi, un'indagine commissionata dalla United Nations' Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) e supportata dai Governi di Norvegia, Germania e Francia, oltre che dall'Agenzia spaziale europea, mostra come l'opinione pubblica mondiale sia preoccupata dai cambiamenti climatici e chieda ai Governi di fare tutto il possibile per fermare il riscaldamento globale, impedendo che superi i fatidici 2°C.

Il sondaggio, condotto su 10.000 persone di 79 Paesi diversi, ha evidenziato che il 78% degli intervistat tema gli effetti dei cambiamenti climatici, mentre l'89% ritiene che il problema dovrebbe essere una priorità nell'agenda del proprio Governo nazionale e l'80% esorta il proprio Paese ad agire autonomamente, senza aspettare che gli altri Paesi facciano altrettanto.

Più dei due terzi (68%) degli intervistati, infine, chiede che a Parigi si raggiunga un accordo legalmente vincolante per azzerare le emissioni entro la fine di questo secolo.

Lisa Vagnozzi

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