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Ombrina Mare, una corsa al petrolio tutta italiana che non sembra vedere la fine. Altro che rivoluzione basata sulle rinnovabili. Altro che transizione energetica. Il Bel Paese proprio non vuole sentirne di mollare la presa sul petrolio. A dimostrarlo il fatto che le trivellazioni offshore al largo delle nostre coste sono addirittura in crescita, ed è il Governo ad ampliarne le aree e ad aver abbassato il limite di 12 miglia dalla costa.

E Ombrina Mare torna a far parlare ancora di se, dopo la manifestazione che il 23 maggio scorso ha visto la partecipazione di circa 60.000 persone per protestare contro la piattaforma petrolifera della Rockhopper, che secondo i programmi dovrebbe essere installata ad appena 6 km dalla costa abruzzese, a sole 3 miglia dalla costa teatina.

Ma cos'è esattamente Ombrina Mare? Si tratta di una vera e propria raffineria in mare, un impianto di estrazione con annesso centro di trattamento galleggiante a poca distanza dal confine di un’area protetta, il parco nazionale della costa teatina, in fase di istituzione.

A marzo, era arrivato il parere favorevole dalla commissione VIA ma oggi le associazioni insorgono, scandalizzate dal comportamento del Ministero dello sviluppo economico, e presentando ricorso al Tar in merito alla decisione di avvicinare il limite imposto a 12 miglia dalla costa per le attività di ricerca nell'Adriatico.

In questo caso si parla delle coste del ravennate. Il ministero dello Sviluppo Economico ha autorizzato la società petrolifera Po Valley Operations ad ampliare un titolo già esistente, riperimetrando la superficie precedentemente concessa, ed allargando così le attività di ricerca di gas e petrolio in mare entro le 12 miglia dalla costa. Eppure una legge del 2010 vieta espressamente questo genere di attività entro questi limiti.

E qui torna Ombrina: l'area in cui la società australiana Rockhopper potrà trivellare passerà da 197 chilometri quadrati a 526.

Per questo nei giorni scorsi FAI, Greenpeace, Legambiente, Marevivo, Touring Club Italiano e WWF si sono appellate al Tar del Lazio, presentando ricorso contro i ministeri dello Sviluppo Economico, dell’Ambiente, delle Infrastrutture e dell’Agricoltura, e nei confronti della società PO Valley Operations PTY LTD, Regione Emilia Romagna, Comune di Ravenna e ISPRA, per la concessione di un titolo per la ricerca in mare di petrolio e gas davanti alle coste della provincia di Ravenna.

Con il via libera del ministero dello Sviluppo Economico, l’area a disposizione per le trivelle, al largo del Delta del Po, nel ravennate, viene più che raddoppiata. La nuova concessione ricade interamente entro il limite delle 12 miglia di distanza dalla costa ove, per legge, sono vietati ricerca e sfruttamento di idrocarburi. Ci troviamo di fronte a quella che noi giudichiamo una palese violazione della legge, che ignora quanto già chiarito in merito dal Consiglio di Stato che stabilisce come non si possano modificare in maniera così radicale gli esistenti titoli abilitativi. Questa manovra equivale di fatto a un via libera per poter trivellare i nostri mari ovunque: a due passi dalle coste e dalle spiagge, dalle aree protette, sempre più a ridosso di luoghi ad alto valore turistico, da nord a sud. Un vero scempio”, sottolineano le associazioni.

Queste ultime hanno rilevato “un'interpretazione abnorme dell’articolo 35 del decreto Sviluppo del 2012, promosso dall’allora Ministro allo Sviluppo Economico del Governo Monti Corrado Passera”. Di fatto, quella norma prevedeva una deroga al limite delle 12 miglia, creando un precedente che permetterebbe di “trivellare praticamente ovunque nei nostri mari”.

“Siamo di fronte all’ennesima forzatura del Governo: non bastasse lo Sblocca Italia, una legge che sulle trivelle a mare per gli ambientalisti ha numerosi profili di contrasto con la normativa europea, ora si gioca a fare gli apprendisti stregoni con norme già oggetto di sentenza da parte del Consiglio di Stato, peraltro chiarissime. Non consentiremo questa deriva che viene portata avanti in spregio alla bellezza e alla biodiversità del nostro mare, in danno ad altri settori strategici come il turismo e la pesca e a detrimento delle comunità costiere e di tutto il Paese”, concludono le associazioni. ambientalisti.

Eppure, spiegava Legambiente qualche tempo fa, dagli studi presentati il progetto Ombrina mare si era rivelato un'assurdità viste le quantità e la qualità di greggio, entrambe piuttosto scarse e sufficienti a coprire appena lo 0,2% del consumo annuale nazionale. Idem per il gas, in quantità insignificante e sufficiente a coprire appena lo 0,001% del consumo annuale nazionale.