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ilvaoperaio 450Il governo ha sfornato poco prima di Natale il settimo decreto Salva Ilva, con il buon proposito di risanare gli impianti grazie ad un intervento pubblico, per poi rimetterli sul mercato quando saranno competitivi.

Ma sembra proprio l’ennesimo favore all’azienda, che non paga di fatto per i danni ambientali generati ma viene anzi sostenuta dallo Stato. Proprio per dimostrare che in Italia “chi inquina non paga” arriva anche un dossier dei Verdi.

IL SETTIMO DECRETO – Il settimo decreto salva Ilva è stato approvato dal Consiglio dei Ministri alla vigilia di Natale, annunciato dal premier Matteo Renzi in una conferenza stampa. Il governo vuole modificare la legge Marzano per passare all’amministrazione straordinaria del gruppo Ilva.

Entrerà in gioco la mano pubblica, attraverso Fintecna e Cassa depositi e prestiti, una gestione “provvisoria”, destinata a risanare l’azienda per poi rivenderla a prezzo di mercato. In teoria e secondo gli annunci, sarebbe una mossa che tiene conto in primis della tutela della salute e dell’ambiente, ma che per esponenti del mondo green come i Verdi e il loro leader Angelo Bonelli è invece l’ennesimo tentativo di aggirare le decisioni dei magistrati e le inchieste sui danni perpetrati dall’Ilva.

“Il decreto introduceva un vero e proprio condono ambientale non fornendo garanzie sulle tutele sanitarie, ambientali ,occupazionali e prevedendo anche l’immunità penale per il commissario straordinario Ilva”, Ilva, Riva assolti per morte di cancro. Nuovo decreto in arrivo.

Ad esempio, l’art.2 comma 5 prevede che il piano ambientale per gli impianti s’intenda attuato se l’80% delle prescrizioni in scadenza al 31 luglio 2015 saranno realizzate. Ma quel 20% sono le prescrizioni più onerose, come la copertura del parco minerali, gli interventi su agglomerato, cokerie e altiforni, che valgono da sole quasi un miliardo di euro.

Inoltre, nessun riferimento all’avvio di una procedura del danno ambientale contro i Riva e i soci Ilva, che consenta di sequestrare i patrimoni per l’equivalente del danno ambientale procurato per finanziare la realizzazione delle bonifiche.

NUOVO DOSSIER – Gli stessi Verdi hanno realizzato un dossier che prende in esame non solo l’Ilva ma anche la Caffaro di Brescia, la Eternit di Casale Monferrato, il petrolchimico di Agusta in Sicilia, l'ex Stoppani di Cogoleto (Ge), che mai hanno risarcito in termini economici cittadini e territori devastati dai danni ambientali che hanno creato negli anni.

Il dossier ruota attorno al principio “chi inquina paga”, che però in Italia non viene rispettato nemmeno quando ci ritroviamo di fronte a ricoveri in ospedale o a costi ambientali da sostenere, in primis quelli relativi alle bonifiche. Peraltro il principio è quello sancito dalla direttiva europea 35 del 2004. Bonelli calcola che tra il 2004 e il 2013 i danni non risarciti ammontano a 220 miliardi di euro.

E purtroppo spesso si sono sommati alla beffa della prescrizione penale, basti pensare al caso Eternit. In altri casi, proprio come per l’Ilva, invece, l’azienda continua a produrre e ad inquinare. Tutto questo mentre i tribunali, appunto, si ritrovavano di fronte ad un milione e 552 mila prescrizioni, 80 mila per reati ambientali.

L’ITALIA DELL’INQUINAMENTO - 7.300 km quadrati sono da bonificare, il 2,4% dell’Italia, che sembra poco ma riguarda 300 comuni, 7 milioni di persone, oltre a 33 mila siti inquinati, 39 di interesse nazionale. I costi di bonifica per ettaro sono compresi tra i 450 mila e 1 milione di euro.

Dal 2002 al 2013 sono stati spesi 4 miliardi di euro, di cui 2,3 di stato. Il danno ambientale generato nel Sin di Taranto è stimato dai custodi giudiziari della Procura della Repubblica in 8,5 miliardi. Secondo l’Istituto superiore di sanità sono 10 mila i casi di mortalità in eccesso in 44 siti di interesse nazionale, che oggi sono solo 39.

La bonifica del sito di Augusta-Priolo e Gela salverebbe 47 persone ogni anno e si tradurrebbe in un risparmio di 10 miliardi in 30 anni. Il ministero dell'Ambiente ha per le bonifiche (dato 2013) 1 milione di euro. Fanno la differenza i privati, finora sono arrivati 540 milioni e l'Eni ha in corso una trattativa con il ministero stesso dell'Ambiente per chiudere 9 contenziosi aperti per la bonifica di altrettanti siti.

Anna Tita Gallo

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