Menu

arance_rosarnoL’Italia è uno dei maggiori produttori di agrumi, con più di 3,5 milioni di tonnellate coltivate su circa 170 mila ettari di territorio. Ma, dietro a tutto questo successo, si nasconde una vicenda tanto amara quanto dolce è il succo delle arance, che mette in campo molti e diversi protagonisti, dai raccoglitori clandestini agli agricoltori calabresi, passando per una grande multinazionale.

Così, un’inchiesta della rivista inglese The Ecologist, ripresa dal The Indipendent, ha messo a nudo lo scandalo della multinazionale Coca Cola, accusata di comprare arance a bassissimo costo in Calabria, con le quali produce la famosa bibita arancione “Fanta”. Per realizzarle, gli agrumi vengono raccolti, in particolare nella zona di Rosarno, da centinaia di immigrati africani irregolari, che percepiscono ogni giorno una paga da fame, senza alcuna tutela e privi dei diritti anche più basilari.

In Italia la condizione dei lavoratori irregolari di Rosarno è ben nota. E ancora vivido è il ricordo della loro rivolta del gennaio 2009. Ma la Coca Cola con tutto ciò non vuole avere niente a che fare. Ne va della sua reputazione (a dire il vero non particolarmente brillante). E allora, non solo smentisce tutte le accuse, va ben oltre, annullando gli ordini di arance con le aziende calabresi. Per tutelare la propria immagine. Ma si tratta di un disimpegno che distruggerebbe letteralmente l’intero comparto agrumicolo della zona del reggino.

Al danno -spiega il sindaco di Rosarno Elisabetta Tripodi- si aggiunge la beffa. Il proprietario di un'azienda di trasformazione delle arance mi ha telefonato per comunicarmi che la Coca Cola ha disdetto il contratto per tutelare la sua immagine. Se la notizia verrà confermata la nostra economia subirà un danno devastante”. Per il sindaco calabrese il vero problema di questa vicenda è il prezzo troppo basso, che ha inevitabilmente provocato un impoverimento di tutto il settore ed è ovvio che a risentirne sono anche i lavoratori. La situazione è preoccupante per l’economia locale”, conclude lapidaria la Tripodi.

La situazione, insomma, è molto delicata. Ma Pietro Molinaro, di Coldiretti Calabria, non ha dubbi: “Gli agricoltori sono letteralmente spremuti dalla competizione con i paesi d’oltreoceano combinata con i bassi pagamenti delle multinazionali”. Sarebbe proprio questo meccanismo, secondo Molinaro, “la causa delle tensioni che si sono prodotte a Rosarno due anni fa, i media internazionali hanno mostrato solo fatti di razzismo, tensioni sociale, non i veri motivi…”.

Eppure, secondo la "Coca Cola Company", la rinuncia all'acquisto di agrumi da un produttore di Rosarno non ha nulla a che vedere con le condizioni di lavoro dei braccianti immigrati. Molto semplicemente, il contratto era giunto alla sua scadenza. A puntualizzarlo, con una nota, è la stessa compagnia: “Confermiamo che il nostro attuale contratto stagionale con questo fornitore si sta concludendo e non è stato rinnovato. Questa decisione è stata operata prima che uscisse qualsiasi notizia e non ha nulla a che vedere con le accuse sulle condizioni di lavoro”.

Anzi, la multinazionale si dice interessata “a questa area in Calabria come fonte per un succo di alta qualità e vorremmo contribuire al suo sviluppo negli anni a venire. Siamo pronti a sederci con i fornitori e le autorità locali, tra cui il sindaco di Rosarno, per discutere possibili allineamenti strategici a lungo termine in grado di garantire un futuro di business reciprocamente vantaggioso con i produttori di succhi locali e, attraverso di loro, con le cooperative locali e gli agricoltori”.

Insomma, non tutto è perduto per gli agricoltori calabresi e i loro operai a nero. Forse ancora una volta calerà il sipario sulla vicenda delle “arance amare”. Invece servirebbe una soluzione, che, secondo le parole di Don Pino De Masi di Libera Calabria, risiede nel prepararsi meglio per il prossimo anno: “Bisogna boicottare tutte le multinazionali che sfruttano le situazioni di emarginazione”, dice il responsabile di Libera nella Piana di Gioia Tauro in una nota. “Non mi meraviglio - ha aggiunto - che una multinazionale come la Coca Cola utilizzi le arance raccolte da lavoratori sfruttati per produrre i suoi prodotti. Queste grandi aziende pensano che tutto sia in perfetta regola ma in realtà dovrebbero sapere quanto accade nei nostri territori e le situazioni in cui lavorano queste persone”.

Roberta Ragni

GreenBiz.it

Network