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sardegnaSolo il ricorso alle energie rinnovabili potrebbe salvare l’economia sarda dalla profonda crisi che la sta affliggendo, che è strettamente collegata alla debacle che sta vivendo attualmente tutto il comparto della chimica italiana.

È infatti di questi giorni la notizia dello smantellamento pezzo per pezzo dell’intero comparto italiano della chimica a cui l’economia sarda è legata a doppio filo sin dagli anni ’60. Ma cosa intendiamo per industria petrolchimica? Si tratta di un settore che si occupa essenzialmente della produzione di semilavorati, prodotti cosiddetti intermedi, le cui materie prime sono gas naturale e frazioni idrocarburiche originate dalla distillazione del petrolio. Ne viene da sè che le fluttuazioni di mercato dell’oro nero influiscano pesantemente sull’andamento del settore. Ecco perché la vicenda industriale petrolchimica è sempre stata estremamente altalenante, legata ai conflitti nel vicino oriente, alle crisi petrolifere periodiche, agli scontri tra i gruppi più importanti della chimica italiana, si pensi all’Eni e alla Montedison, nonché alla SIR di Angelo Rovelli che molto aveva investito proprio in Sardegna. Uno sviluppo industriale però strettamente dipendente dall’uso dei finanziamenti agevolati, attraverso gli istituti di credito speciale (IMI, ICIPU). È storia recente il caso giudiziario IMI-SIR, le cui origini partono proprio dalla difficile situazione finanziaria del gruppo di Rovelli. Insomma, un’economia industriale nata zoppa e destinata a non andare molto lontano.

Con il cosiddetto Piano di Rinascita, ovvero con la legge 588 del 1962, fu proprio l’amministrazione regionale sarda ad investire in opere di industrializzazione ed infrastutturazione, che videro la nascita dei due poli petrolchimici di Sarroch (CA) e Porto Torres (SS): dunque proprio attraverso l’affermazione della Petrolchimica in Sardegna, grazie ad ingenti aiuti statali, la regione conobbe una vera e propria trasformazione sociale, oltre che economica.

Ma la parabola è giunta oggi alla sua fase discendente, il cui peso ha schiacciato letteralmente lo sviluppo isolano, lasciando i suoi detriti d’inquinamento ed un tragico epilogo per le famiglie sarde dei lavoratori rimandati a casa.

L’ipotesi più accreditata per salvare questa situazione è dunque al momento quella degli investimenti nelle energie alternative: si ritorna a parlare di nucleare e soprattutto di eolico e di solare. Sembra dunque che proprio partendo dalla green economy l’isola potrebbe riappropriarsi di un futuro socio-economico possibile, considerando anche il grave danno ambientale che la petrolchimica ha lasciato alla regione.

Stefania Calledda

 

GreenBiz.it

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