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Trivelle Boraschi

­­­­­­­Il referendum anti trivelle si farà. La Consulta lo ha considerato ammissibile nonostante le modifiche apportate alla legge dal Governo. Greenpeace ha lanciato a questo proposito la campagna ‘Energia e Clima’ su change.org per chiedere al governo un Election Day, accorpando il referendum sulle trivelle con il primo turno delle prossime elezioni amministrative.

Ma cosa può succedere ora? Perché il Governo insiste su una politica energetica che sembra andare in deroga ai buoni propositi della conferenza sul clima COP 21 di Parigi? Per saperne di più abbiamo intervistato Andrea Boraschi, primo firmatario e responsabile della campagna di Greenpeace.

Ciao Andrea, la Consulta ha dichiarato ammissibile il referendum. Il Governo ha altri strumenti per impedirlo?

Teoricamente sì. Potrebbe nuovamente modificare il testo della legge in modo da far cadere il quesito referendario.

E le Regioni potrebbero intervenire nuovamente?

Potrebbero operare come prima, ovvero scrivere una relazione alla Corte Costituzionale affermando le ragioni per le quali le modifiche del Governo non soddisfano le motivazioni del quesito referendario.

Quali ripercussioni ci saranno se le trivellazioni avranno luogo?

Guardi, al di là delle ovvie ripercussioni ambientali a breve termine, sappia che i numeri forniti dal Governo per giustificare la decisione sono gonfiati. I posti di lavoro che potrebbero crearsi sono realisticamente poche migliaia a fronte della perdita di molti altri.

Nella pesca infatti, un settore che verrà danneggiato se sarà dato l’ok alle trivelle, sono attualmente impiegate circa 25 mila persone, dato che esclude maricultura e l’indotto. In poche parole 25 mila sono solo le persone che vanno materialmente a pescare.

Per non parlare del turismo, che sarebbe a dir poco colpito. E le basti pensare che solo nel 2014 le zone interessate hanno registrato 43 milioni di presenze. Una ricchezza che con questa mossa rischiamo di intaccare gravemente.

Ok, comunque, anche tralasciando le questioni ambientali, c’è una possibile convenienza economica nel tentare queste trivellazioni?

Assolutamente no, anzi. Nei nostri fondali marini possiamo attenderci un quantitativo di petrolio sufficiente a 7-8 settimane di consumi nazionali. Il numero è naturalmente un’astrazione perché queste non sono risorse disponibili tutte insieme, infatti sarebbero necessari probabilmente circa 30 anni per estrarre l’intero contenuto di petrolio. Ma comunque è chiaro che l’impatto sulla nostra economia sarebbe bassissimo.

Le dirò di più: il petrolio eventualmente estratto non sarebbe dell’Italia, ma delle aziende che opererebbero le trivellazioni, le quali pagherebbero al nostro Paese una cifra ridicola come royalties, ovvero il 7% del fatturato. Poiché già oggi le fonti rinnovabili consentono un risparmio di 10-11 miliardi di euro all'anno per mancata importazione di fonti fossili, ci rendiamo conto dell’assurdità di questa iniziativa.

Ma allora perché questa decisione?

La risposta è tristemente semplice. Il Governo non lavora per il Paese ma per le lobby delle fonti fossili, che hanno interesse a opzionare anche questi piccoli giacimenti in quanto il mercato del settore offre scenari quanto mai imprevedibili, soprattutto a causa della loro forte dipendenza dalle tensioni politiche nelle zone del mondo dove il petrolio è maggiormente disponibile.

Roberta De Carolis

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