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I danni economici causati da una tonnellata di emissioni di CO2 (social costo f carbon) sono mediamente pari a 220 dollari, ovvero oltre sei volte superiori al valore di riferimento di 37 dollari a tonnellata, che gli Stati Uniti usano per guidare le loro attuali politiche energetiche e ambientali.


È quanto rivela un recente studio dell'università di Stanford, pubblicato su Nature Climate Change ("Temperature impacts on economic growth warrant stringent mitigation policy", Frances C. Moore & Delavane B. Diaz), che apre nuove prospettive nello sviluppo della modellistica sul social cost of carbon (costi esterni delle emissioni di gas serra), introducendo una relazione funzionale fra tassi di crescita delle economie mondiali e funzioni di danno monetario (annuale) presupposte dal modello DICE: quanto maggiore il danno, tanto più intensi i fattori che frenano il tasso di crescita.

Quest'ultimo risente quindi in maniera endogena del danno del cambiamento climatico degli anni antecedenti. L'entità del divario di risultato di questo studio rispetto alla modellistica convenzionale è notevole, segno che le innovazioni apportate da un approccio di tipo dinamico alla relazione fra clima e crescita economica può avere una portata politica enorme.

Il nuovo studio va tuttavia posto in prospettiva: mentre il valore di danno marginale della CO2 adottato come riferimento negli Stati Uniti è stato ottenuto come "miglior valore" alla luce di un'ampia rassegna che ha coinvolto decine di studi realizzati con i migliori modelli di simulazione oggi disponibili, ed è quindi un "valore di riferimento" (un meta-valore), lo studio dell'università di Stanford è solo l'inizio di un nuovo filone di indagine, molto promettente, che richiederà ulteriori verifiche, applicazioni anche agli altri modelli (non solo DICE, ma anche utilizzando FUND e PAGE) e ulteriori sviluppi metodologici.

Ma il vero e sconcertante messaggio che lo studio di Stanford fornisce, nella sua polemica con il valore di riferimento adottato per la CO2 nella politica energetica e climatica statunitense, ritenuto "troppo basso alla luce della nuova evidenza" è a nostro parere il fatto che né L'Italia, né l'Unione europea nel suo complesso hanno adottato un analogo valore di riferimento (o meglio: un insieme di valori di riferimento, in funzione dell'anno di emissione e del tasso di sconto sociale ipotizzato), lasciando in questo modo sguarnite le politiche e i processi decisionali dalla possibilità di svolgere correttamente le necessarie analisi costi benefici. Come dare un peso decisionale alla CO2 se per gli operatori economici il beneficio della sua riduzione è nullo?

Dall'ingenua certezza di Stanford che la politica di mitigazione climatica si fondi sull'analisi costi benefici promana un nugolo di dubbi: come stiamo spendendo in Europa le risorse pubbliche e private? Di quali infrastrutture abbiamo bisogno nei prossimi decenni? Di quali veicoli di trasporto? Di quali tecnologie di produzione?

Solo l'effettiva e sistematica inclusione nei processi decisionali di un valore di riferimento per il beneficio marginale della riduzione della CO2 (che sia ben fondato, ponderato e continuamente aggiornato) può aiutarci a rispondere adeguatamente a queste domande.

Andrea Molocchi,

economista e partner di Ecba Project srl

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