Menu

immagineProsegue l'attesa per l'emanazione del contrastatissimo Decreto Legge contenente una norma sulla rimodulazione retroattiva degli incentivi sugli impianti solari di potenza superiore a 200 kW (si parla di una riduzione del 17%).

Una norma che negli ultimi giorni è stata attaccata dalla più autorevole stampa internazionale (da New York Times, dal Financial Times, Reuters, Wall Street Journal) oltre che da testate nazionali come La Repubblica, il Corriere della Sera, il Giornale, il Sole 24 Ore, La Stampa, e da firme come Corrado Passera, Roger Abramavel; che ha innescato un movimento preventivo dell'Ambasciata USA; che ha portato all'immediata sospensione di molti investimenti esteri.

Ciò che colpisce del provvedimento è la violenza con la quale vengono ignorati essenziali principi di diritto, tutelati da norme di rango costituzionale e da numerosi Trattati internazionali (oltre che da Direttive Europee recepite nel nostro ordinamento). Una simile norma non è letteralmente sostenibile, e porterà un considerevole danno erariale al momento della sconfitta dello Stato Italiano di fronte ai tribunali nazionale ed internazionali cui sarà portato dagli investitori.

In un caso così manifestatamente insostenibile la determinazione di parte del Governo, e delle tecnostrutture dello Stato (spicca in questa vicenda il fragoroso silenzio del Ministro dell'Ambiente), è un tema sul quale interrogarsi. Certamente, e tutti lo abbiamo sottolineato, sono presenti sul terreno corposi interessi attivi nell'eliminazione di un temibile concorrente che continua, con la sua presenza crescente, ad erodere volumi di vendita e prezzi unitari ad operatori tradizionali che fidavano su rigidità di offerta, ed economie di scala, che sono letteralmente evaporate nell'arco di pochissimi anni, lasciandoli con gigantesche infrastrutture sempre meno utilizzate.

D'altra parte l'intera cultura del sistema elettrico italiano (e di quello europeo) e tutti i suoi equilibri caratteristici, è imperniato per ragioni banalmente biografiche, sulla produzione da fossili ed il modello della grande utility. Ciò significa che anche molti dei tecnici e dei funzionari specializzati, e dei consulenti, del Ministero dello Sviluppo Economico che si occupano di energia hanno l'intero curriculum, il sistema di conoscenze e di competenze radicato in tale mondo.

Quello delle rinnovabili è, invece, un altro pianeta.

Si tratta di un mondo di PMI, di professionisti, di aziende metalmeccaniche e di componentistica, di istallatori e di società di istallazione e manutenzione. Dal lato del capitale impiegato (quello delle rinnovabili è un settore ad alta intensità tecnologica e di capitale) entrano in contatto con le rinnovabili direttamente i fondi di investimento e le banche, con modalità abbastanza articolata.

Secondo la scala si tratta di normali finanziamenti bancari (o leasing), che a lungo sono stati attivi mentre ogni altro segmento di investimento era disseccato, oppure di capitali "venture" che realizzano impianti per poi cederli in esercizio a fondi pensione o istituzionali a basso profilo di rischio.

Nella fase in cui un impianto è ormai in esercizio (qui si parla degli impianti oggetto del Decreto, quelli di scala industriale ed in particolare dei più grandi), il capitale più aggressivo è ormai passato ad altri impieghi ed ha ceduto l'impianto (caratterizzato da un flusso di cassa costante e sicuro, almeno così si credeva) a Fondi Istituzionali.

Dunque sono questi che subiscono il danno, e che stanno mobilitando le loro leve per protestare. Dal loro punto di vista è un tradimento che non può essere dimenticato, e che non può restare senza reazione. Ci aspettano anni di cause legali, arbitrati internazionali, e di esaurimento del flusso dei finanziamenti esteri (e nazionali).

Un danno simile non può essere spiegato solo con l'interesse.

Cercando di darsi una spiegazione, bisogna considerare in primo luogo che le rinnovabili sono state per anni accusate di essere il luogo di malaffare, di speculazione, di abusi a danno dell'interesse pubblico e dei consumatori. Esse sono dunque colpevoli e possono essere colpite. Una politica sempre più debole (malgrado le apparenze) e sempre meno capace di resistere alla facile ricerca del consenso può credere che questa sia una via per raggiungerlo.

Questa visione è quella che vorrei delimitare, prestando attenzione ai fatti ed ai numeri. Restando sul solo fotovoltaico, andiamo con ordine:

  • Sono stati realizzati in Italia, dal 2008 al 2014, 550.722 impianti per una potenza cumulata di 17.716 MW incentivati (dati Atlasole, 24 giugno 2014);
  • Di questi 12.261 impianti sono superiori a 200 kW, sviluppano una potenza complessiva di 11.090 MW;
  • Entro questi impianti solo 1.133 sono di potenza superiore a 1 MW ( e producono 3.708 MW).

Facendo riferimento al database del GSE citato, ed a poche altre fonti (come i dati del GME, uno studio KPMG –slide 8-, il sito del GSE) proveremo a fare quindi un rischioso esercizio: ricostruiremo la dinamica di crescita dei settore fotovoltaico negli anni e nei diversi Conti Energia, quindi, utilizzando una curva prezzi media e un BP semplificato, verificheremo la redditività media nei diversi periodi, con i valori attuali e l'implementazione del SEU mostreremo come è attendibile il ritorno ad una adeguata redditività senza incentivi.

Chiaramente si tratta di valutazioni medie (l'articolazione degli incentivi è molto pronunciata in relazione al decalage nel tempo e alle diverse tipologie di istallazione e taglia; i prezzi sono calati in modo differenziato nelle diverse taglie), ma indicative.

Vedremo che, in effetti, c'è stata una piccola finestra nella quale la dinamica è sfuggita di controllo per effetto di una non pronta diminuzione degli incentivi (ed alcune inopportune deroghe) unita ad un marcato calo dei prezzi dovuto al quadro internazionale di sovrapproduzione che ad un certo punto si è verificato (i pannelli fotovoltaici sono un poco come i televisori al plasma o i computer, soggetti a rapida curva di apprendimento e competizione internazionale).

Partiamo da un dato generale: ad oggi quelli che potremmo chiamare gli "impianti giganti" (superiori a 15 MW) sono 11, sviluppano una potenza cumulata di 290 MW e sono al 50% al sud ed Isole (al Nord ce ne è solo uno ma grandissimo, da 70 MW); invece gli impianti "molto grandi" (fino a 5 MW) sono 157 per 1.100 MW complessivi, anche questi sono per lo più al Sud ed Isole;
gli impianti "grandi" (da 1 a 5 MW) sono quasi 1.000 e sviluppano una potenza di 2.232 MW, questi sono distribuiti equamente tra nord, centro e sud; gli impianti "medi" (da 400 kW a 1 MW) hanno una distribuzione simile, e sono quasi 7.800 sviluppando 6.000 MW; infine gli impianti alla scala di PMI (da 200 a 400 kW) sono quasi 3.000 per 870 MW, questi come prevedibile sono per lo più al nord.

Già da questa ricognizione spicca un'anomalia nella distribuzione degli impianti: la taglia da 400 kW a 1.000 kW è sovrarappresentata. Dal grafico qui sotto risulta ancora più evidente. Il picco degli impianti in questa taglia esce dalla curva che altrimenti farebbe la distribuzione. Anche la proporzione tra numero e potenza è più pronunciata.

grafico1

grafico2

Ciò che è successo è molto semplice: alcune regioni, in primis la Puglia, hanno garantito procedimenti autorizzativi molto più semplici ad una specifica taglia di potenza (quella fino a 1.000 kW) che ha dunque "attratto" sia i capitali come gli operatori in cerca di rapidità di realizzazione. In un sistema incentivato a scadenza si tratta di un comportamento razionale. Ovviamente questo ha portato a fenomeni di "surriscaldamento", a non pochi abusi, a fenomeni locali di probabile corruzione, a sfruttamento di manodopera e territorio. La mia opinione personale è che si è trattato di un errore di regolazione (o meglio di insufficiente regolazione) e di controllo (assolutamente insufficiente).

Ma vediamo, invece, che cosa è successo nel tempo:

- il Ministero dello Sviluppo Economico, insieme al Ministero dell'Ambiente, ha promulgato nel tempo cinque Decreti Interministeriali che in vario modo regolavano la materia, garantendo costantemente che l'impianto, al momento dell'entrata in esercizio (cioè al completamento del piano di investimento) avrebbe fruito di un prezzo garantito per venti anni per l'energia prodotta (quindi, malgrado le tante leggende metropolitane in proposito nessun incasso di ottiene se non si produce effettivamente);

grafico3

- a parte il Primo Conto Energia, che ha dato il via a pochissime istallazioni, il Secondo Conto Energia (dal 2007 al 2010-11) ha visto soprattutto verso la fine del suo periodo una vera esplosione di istallazioni che ha avuto seguito anche nell'anno successivo;

- dal grafico si vede (in rosso il numero, mentre in blu la potenza) come le istallazioni sopra i 200 kW salgono lentamente nel 2008-9 per poi arrivare ad un picco nel 2011 e spegnersi nel 2012, da allora abbiamo una nuova potenza istallata molto bassa fino alla fine degli incentivi alla metà del 2013;

grafico4

- per "conti energia" si vede che il "Secondo" ha portato ca. 4.000 MW e 5.000 impianti oltre i 200 kW; il "Terzo" (che dura pochi mesi) ca 1.000 MW (ed istallazioni); il "Quarto" che dura fino al 2012 e solo per la PA fino al 2013, vede ben 5.000 MW e poche più istallazioni; il "Quinto" ed ultimo, che si conclude in circa un anno a metà del 2013, vede solo 4-500 MW ed altrettante istallazioni;

Dunque ci sono stati due momenti di surriscaldamento del mercato, in corrispondenza della fine del "Secondo Conto Energia" (che fu prolungato di sei mesi con il cosiddetto Decreto Salva Alcoa su metà del 2011) e del "Quarto Conto Energia", in particolare a causa del sistema di regolazione determinato dal "Registro Grandi Impianti" che entrava in esercizio in modo differito. Questi due errori hanno portato ad una duplice corsa a realizzare iniziative che spesso, per la colpevole e tipica lentezza della PA italiana a determinare le autorizzazioni, erano in corsa da molto tempo.

grafico5

Ma perché si ha questo accumulo di istallazioni su un periodo così breve? La ragione è stata detta prima: il costo dei materiali era calato per effetto di una dinamica internazionale (il mercato italiano, pur importante, è solo una piccola frazione del mercato mondiale) mentre le tariffe restavano provvisoriamente ancora alte. Il fatto che era atteso un loro calo non ha fatto che aumentare la fretta dei finanziatori.

Più precisamente mentre il costo per acquistare pannelli, inverter e BOS calava da 5.000 €/kW del 2008, fino ai meno di 3.000 del 2011, e poi giù fino ai ca 1.000 di oggi (per le grandi istallazioni), il fatturato garantito da incentivi e vendita di energia calava molto meno, e meno bruscamente.

grafico6

Un calo anche molto importante, in realtà (la riga "incassi" moltiplica la tariffa a €/kWh per 1.200 ore equivalenti che è la produttività media di un impianto fotovoltaico italiano), ma che prende a scendere bruscamente solo nella seconda metà del 2011 con il "Quarto Conto Energia". Dal 2013 gli impianti si reggono solo sulla produzione elettrica venduta alla rete e dunque sono realizzabili solo in condizioni particolari, come vedremo, ed in una logica completamente diversa.

Tutto questo non diventa chiaro se non si cerca di fare una stima della reddittività di un investimento medio. Si tratta di un esercizio molto difficile e rischioso, perché un impianto può avere costi diversi, condizioni di istallazione e di insolazione molto diverse etc..

Ma facendolo si vede che i cosiddetti "TIR" (il tempo di ritorno dell'investimento fatto) che guidano gli investitori sono piuttosto interessanti (in edilizia normalmente sono più alti comunque) in un periodo ben preciso: tra la fine del 2010 e il 2011. In questo periodo si sono avuti, per le ragioni sopra dette, ritorni sull'investimento mediamente stimabili oltre il 20% per l'effetto della leva adoperata (spesso molto pronunciata) fino ad un picco di ca il 30% (per chi è riuscito a comprare bene). Secondo le mie stime il TIR di progetto, invece, non si dovrebbe essere mai allontanato molto dal 10-15%.

grafico7

Tutto questo da tempo non c'è più. Con il calo degli incentivi marcato, sia pure in ritardo, che si è verificato nel 2012 e 2013, e con la chiusura delle improvvide finestre autorizzative (nonché delle varie sanatorie improvvisate), il mercato del fotovoltaico negli ultimi due anni si è praticamente fermato. Salvo gli impianti residui "a registro" (che sono ormai terminati e dovrebbero essere tutti contati nella mia rilevazione), le istallazioni della scala "oltre 200 kW" sono ferme da tempo.

Resistono solo le piccole istallazioni da pochi kW a servizio di famiglie o artigiani, realizzate con "credito di imposta". Si potrebbe dire che, come da migliore tradizione, si chiudono le stalle quando i buoi sono scappati. Le cose sono più complesse.

Infatti questo gigantesco sforzo organizzativo ed industriale, questa enorme mobilitazione e questi ingenti costi scaricati in bolletta hanno portato un vantaggio: oltre a produrre energia pulita e determinare decisivi vantaggi per ambiente e bilancia commerciale, come abbiamo giù scritto in precedenza in altra sede, rendono possibile passare ad una nuova fase. Quella degli impianti rivolti all'autoconsumo. Cioè impianti realizzati specificatamente per le esigenze di imprese e cittadini, per ridurre le loro esigenze energetiche, garantire efficienza, autonomia, stabilità dei costi energetici.

Si tratta di una rivoluzione del mercato energetico. Si passa dalla confezione industriale alla sartoria di massa. Una direzione comune a tutto l'occidente. Strumenti come i SEU (Sistemi Efficienti di Utenza), previsti da specifiche Direttive Europee, rendono possibile produrre energia ed autoconsumarla senza dove sottostare agli ingenti costi di sistema della rete elettrica nazionale. Nel grafico sopra, una stima prudente di autoconsumo e costo (con i costi di istallazione ormai raggiungibili) rende evidente che gli impianti possono rapidamente tornare in zona di fattibilità.

Questa volta senza incentivi. Cioè senza gravare sulla bolletta degli italiani. Questo è il motivo per cui, a parare questa "minaccia" il Decreto Legge sta per mettere mano anche su questo punto, reintroducendo forfettariamente il 5 (o 10%) dei costi per "oneri di sistema" (il cumulo dei costi per la rete e per gli incentivi alle altre rinnovabili") anche a chi si produce da sé, e si consuma prima di immetterla, l'energia senza inquinare.

Evidentemente il Governo Italiano ama essere oggetto di Procedure di Infrazione (in questo caso in relazione alla violazione del Principio Comunitario di rango costituzionale in quanto inserito nel Trattato di Roma, "chi inquina paga").

Alessandro Visalli,

Consigliere ATER,

Coordinatore "Tavolo di Lavoro Tecnici ed Artigiani" FREE

M.S.A. - Movimento per lo Sviluppo delle Energie Alternative

@alessandvisalli; blog http://tempofertile.blogspot.it/

LEGGI ANCHE:

Taglia bollette: penalizzera' le Pmi, oltre al fotovoltaico con lo spalma incentivi
Rinnovabili e taglia bollette: gli oneri di sistema minacciano autonconsumo e cogenerazione
Spalma incentivi: a rischio investimenti stranieri in rinnovabili anche per il Financial Times
Spalma incentivi: via dall’Italia gli investimenti esteri, parola del Wsj (#salvarelerinnovabili)
Taglia bollette, ecco il decreto: il Governo uccide le rinnovabili con lo spalma incentivi
Rinnovabili e taglia bollette: lo 'spalma incentivi' è incostituzionale (PETIZIONE)

GreenBiz.it

Network