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bambini"Ama le generazioni future come te stesso!" scriveva Nicholas Georgescu Roegen, che negli anni '70 inventò la bioeconomia e la decrescita, come modello antagonista a quello distruttivo del consumismo, che divora il futuro dei nostri figli e nipoti.

Sull'altare del mito della crescita continua del Prodotto Interno Lordo, sacrifichiamo energia, materiali, biosfera e ogni genere di beni, sprecando a più non posso come se non vi fosse un domani. Oggi l'ingranaggio si è parzialmente inceppato, ma non passa giorno senza che qualche politico o qualche esponente del mondo economico ripeta che "solo la crescita può rilanciare l'occupazione". E spesso qualcun altro aggiunge ironicamente: "non sarà certo la decrescita felice a creare nuovi posti di lavoro".

Nessuno vuol mettere in dubbio che il progresso tecnologico e lo sviluppo economico degli ultimi decenni abbiano portato benessere a tante persone, specialmente nei paesi industrializzati, ma abbiamo esagerato e adesso ci viene presentato un conto salato da pagare. In ogni caso crescita del PIL e creazione di nuovi posti di lavoro non sono direttamente collegati.

Chi conosce il mondo dell'industria sa bene che l'automazione, l'ottimizzazione dei processi produttivi ed altri artifizi organizzativi, portano ad un costante aumento della produttività, ovvero alla capacità delle imprese di fare più prodotti e servizi con meno impiegati.

Agli economisti che assimilano l'aumento della produttività all'aumento della competitività, senza aver contezza degli "effetti collaterali", basterà studiare i dati ISTAT degli ultimi 50 anni per constatare come ad un aumento del PIL di quasi 4 volte, verificatosi dagli anni '60 ad oggi, non è affatto corrisposto un aumento dell'occupazione proporzionale, anzi! In riferimento all'aumento di una quindicina di milioni di abitanti, abbiamo un CALO proporzionale dell'occupazione. La produttività rende competitivi nell'export, ma deprime i consumi interni.

E allora perché economisti ed industriali sono così attaccati alle vecchie soluzioni? Forse perché sono abituati a pensare il termini di quantità e non di qualità e pensano ancora, sbagliando clamorosamente, che il PIL sia un indicatore del nostro benessere, invece che un mero numeratore delle merci scambiate, qualunque esse siano. È arrivato il tempo di cominciare a scegliere.

Occorre pensare in termini qualitativi e in generale favorire le tecnologie, le produzioni e le soluzioni della bioeconomia e della decrescita, perché tra le altre cose sono le uniche in grado di creare occupazione utile, cosa che la "crescita infelice", anche quando c'è, non riesce più a fare. La stessa Comunità Europea nel 2012 ha lanciato una sua strategia verso la bioeconomia, finanziandola con oltre 4 mld di € nell'ambito del programma Horizon 2020.

Si tratta di una strategia "timida", rispettosa degli interessi delle lobby e della vecchia economia del carbonio, ma il seme è stato piantato e l'albero di una nuova economia crescerà.

Nessuno di noi vuol perdere il benessere tanto faticosamente acquisito ed è proprio l'insistere su strade oramai palesemente sbagliate che rischia di farci tornare ad un passato buio e regressivo. I nuovi vincoli derivati dalle emergenze globali che stiamo affrontando sono altrettante opportunità per competere. Ad esempio la necessità di immettere in atmosfera meno CO2, di ridurre i costi della bolletta energetica e di utilizzare comunque meno combustibili fossili ci "costringono" all'efficienza energetica, uno dei cavalli di battaglia della bioeconomia e della decrescita da quasi 40 anni.

In un recente rapporto stilato dal Politecnico di Milano e da Enel Foundation, si parla della possibilità di investire oltre 500 mld di € al ritmo di 65/75 mld di € all'anno da qui al 2020, per incentivare la lotta agli sprechi di energia tramite innovazione specifica in diversi settori industriali, generando in pochi anni più di 3.400.000 di nuovi posti di lavoro in Italia. Questo è un tipico esempio di economia inquadrabile nei valori della decrescita felice.

Il rapporto NON propone di incentivare qualunque tipo di innovazione per far crescere il PIL: prospetta invece una precisa scelta qualitativa di cosa incentivare e cosa no. Ci sarebbe comunque una crescita di circa 2 punti all'anno nella fase di investimento, ma poi il PIL calerebbe grazie ad un risparmio nel consumo di energia di oltre il 23%. Gli investimenti verrebbero concentrati nella lotta allo spreco, interrompendo la catena del consumismo, creando lavoro utile, abbattendo le emissioni di CO2 in atmosfera e riducendo la bolletta energetica.

È giunto il tempo di aprire la mente e di smetterla di blindarsi dietro a percorsi che hanno fatto il loro tempo e che non funzionano più. Per questo dobbiamo ascoltare e mettere in pratica l'esortazione di Georgescu Roegen "Ama le generazioni future come te stesso" perché è un imperativo etico ma è anche un nostro preciso e comune interesse.

Giordano Mancini

Direttore Scuola Agrivillaggio e Decrescita Felice

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