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immagineQuando si parla di rinnovabili, da un poco di tempo gli animi si scaldano ma i numeri si perdono. Ieri su La Stampa, Paolo Baroni, in un suo articolo dal titolo "Piccole imprese più competitive grazie allo sconto da 1,5 miliardi", anticipa che entro dieci giorni il Governo promulgherà un provvedimento per ridurre del 10% le bollette alle imprese riducendo gli oneri in bolletta per l'incentivazione delle rinnovabili.

Il Governo, a quanto si legge, agirà sugli oneri già contrattualizzati in base alle norme vigenti all'epoca dell'entrata in esercizio tra il singolo investitore e il Gestore dei Servizi Energetici S.p.a. (società del Ministero dell'Economia e delle Finanze). Vale la pena ricordare che gli impianti sono opere di pubblica utilità ed urgenza, in forza del riconoscimento previsto dal D.Lgs. 387/03, ed erano remunerati secondo schemi previsti dai vigenti Decreti Interministeriali a prezzo fisso per un periodo di venti anni. Tale onere era tratto dalla bolletta elettrica secondo il Principio "chi inquina paga".

È importante capire questo principio su cui si basa l'intera logica europea del settore della protezione ambientale (sin dal Trattato di Roma): la remunerazione, proporzionale all'effettiva produzione, dell'energia prodotta senza consumare gas naturale e inquinare da fonte rinnovabile non deve essere caricata su tutti i cittadini in modo corrispondente al loro reddito ma solo su chi è responsabile del danno. Precisamente del danno che egli provoca all'ambiente consumando energia che per essere prodotta deve dissipare risorse energetiche fossili e che nel farlo inquina e altera il clima. E deve farlo proporzionalmente al danno che provoca. Questa è la ragione, del tutto ragionevole, per cui l'incentivazione delle rinnovabili è in bolletta e non è nella nostra dichiarazione dei redditi (magari nascosta).

Ma qui è implicato il rispetto anche di un altro principio fondamentale: "tempus regit actum". Sulla base di un corpus di norme perfettamente coerente (cd. Direttiva 20, 20, 20) alcune decine di migliaia di imprenditori (italiani ed esteri), con risorse proprie, hanno avviato oltre 50 miliardi di investimenti imprenditoriali perché sapevano che all'atto dell'entrata in esercizio la produzione sarebbe stata remunerata da una tariffa garantita dalle norme vigenti per un periodo di venti anni solari consecutivi.

Quindi, alla data di entrata in esercizio, verificata la documentazione e la produzione il GSE ha stipulato, singolarmente con ogni Soggetto Responsabile degli impianti, un Contratto che prevedeva espressamente la tariffa riconosciuta ed il periodo. Come qualsiasi avvocato, anche neolaureato, sa la modifica unilaterale di un contratto deve essere stata regolata nello stesso (e così non è) o deve intervenire per fattispecie previste nel Codice Civile (che esclude espressamente, art. 1469-ter, [3], di poter considerare "vessatorie" le clausole che "riproducono disposizioni di legge ovvero che siano riproduttive di disposizioni o attuative di principi contenuti in convenzioni internazionali delle quali siano parti contraenti tutti gli Stati membri dell'Unione Europea o l'Unione Europea"). Che diremmo noi cittadini se, unilateralmente, lo Stato decidesse di modificare retroattivamente il corrispettivo delle prestazioni rese delle quali abbiamo goduto (ad es. le tasse universitarie, le prestazioni sanitarie) moltiplicandole per dieci e ci addebitasse la corrispondente cifra? Tempus regit actum.

Costi in Bolletta

Ma facciamo un attimo un passo indietro, perché non è solo questione di diritto, ma anche di buon senso. La bolletta elettrica è composta di due macrovoci: il corrispettivo dell'energia consumata (che varia da fornitore a fornitore) e gli oneri di sistema (che sono fissi e regolati dall'Autorità Energia Elettrica, il Gas ed il Sistema Idrico).

Il corrispettivo per l'energia consumata dipende dalla politica commerciale dell'operatore e dai suoi costi industriali, ma generalmente per un'utenza domestica si aggira intorno agli 80,00 €/MWh (mediamente il consumo italiano è di 1 MWh/ab/anno, quello di una famiglia 2,7 MWh/anno).

Il corrispettivo per gli oneri di sistema, invece, si compone di molte voci che possiamo raggruppare in quattro categorie:

  • oneri per trasportare l'energia elettrica, dal punto di produzione a quello di consumo ("dispacciamento", ca. 15 €/MWh);
  • oneri per l'incentivazione delle rinnovabili (A3) e altri beneficiari (i primi incidono per il 84,50%, secondo la stima AEEG, per ca. 34,00 €/MWh);
  • oneri per servizi di rete (trasporto, distribuzione e misura, per ca. 30,00 €/MWh);
  • tasse, per ca 25,00 €/MWh.

Gli "altri beneficiari" (che costano in tutto ca. 6,30 €/MWh) sono:

  • A2 a copertura degli oneri per il decommissioning nucleare;
  • A4 a copertura dei regimi tariffari speciali per la società Ferrovie dello Stato;
  • A5 a sostegno alla ricerca di sistema;
  • As a copertura degli oneri per il bonus elettrico;
  • Ae a copertura delle agevolazioni alle industrie manifatturiere ad alto consumo di energia;
  • UC4 a copertura delle compensazioni per le imprese elettriche minori;
  • UC7 per la promozione dell'efficienza energetica negli usi finali;
  • MCT a copertura delle compensazioni territoriali agli enti locali che ospitano impianti nucleari.

Alla luce di questi costi si può giudicare meglio l'obiettivo del Governo (1,5 Mld) che corrisponde ca. ad un risparmio di €/MWh 5,00.

Problemi ed opportunità

Per valutare le conseguenze si può ricordare che un'operazione retroattiva sugli incentivi già contrattualizzati comporterebbe, come ricorda anche Giuseppe Artizzu, su QualeEnergia una colossale perdita di reputazione del "sistema Italia" nei confronti della sua capacità di mantenere gli impegni solennemente e ripetutamente presi e una totale devastazione dal punto di vista finanziario, e della fiducia, di una filiera produttiva strategica in particolar modo per ridurre la dipendenza energetica italiana. Questa considerazione, in presenza di venti di guerra in Ucraina, che se va bene sono preludio ad una lunga fase di instabilità e tensione (anche di prezzo) sul gas naturale, assume particolare rilevanza.

Peraltro i ca. 50 Mld di investimenti che imprenditori italiani e stranieri (tra cui principalmente fondi pensione e assicurativi, dunque la finanza non speculativa), hanno fatto andrebbero interamente nel cd. "default tecnico" delle banche finanziatrici, appesantendone i bilanci. Ciò proprio mentre si apprestano a subire la revisione dei loro conti da parte della BCE, per l'avvio del meccanismo di Unione Bancaria.

Inoltre creerebbe un consistente danno fiscale, in quanto gli impianti oggi pagano tasse sugli utili (reddito industriale) per ca. 500 milioni (presumibilmente incrementati dal recente intervento sul reddito agricolo), che andrebbero interamente persi con necessità di recuperarli da altre voci (sanità? scuola? pensioni?).

Infine la distruzione degli investimenti condotti da molte migliaia (ca. 10.000) di PMI e artigiani (la norma si dovrebbe applicare agli impianti oltre 200 kW) porterebbe ad ulteriore contrazione del loro merito di credito e ad effetti depressivi su tutta la filiera (con possibile, negativo, impatto occupazionale).

Una precedente proposta, contenuta in un Paper di Carlo Stagnaro, indicava la possibilità di ottenere un risparmio minimo di 2 Mld/anno (ca. 7,5 €/MWh) operando (tab.1) su:

  • i sussidi alle imprese energivore;
  • i rimborsi "a piè di lista" per il potenziamento delle reti (che incidono sulla voce "oneri per servizi di rete");
  • la revisione del capacity payment (paghiamo per tenere spente centrali da fossili);
  • lo spostamento dei vari sussidi (Vaticano, FFSS, Sulcis, nucleare, oli) impropriamente caricati in bolletta.

Poi proponeva, a dir la verità, anche di riarticolare parte degli incentivi e di intervenire sulle esenzioni per l'autoconsumo. Sinceramente credo che questa parte superi il segno perché consumare energia prodotta sul luogo di consumo è il più virtuoso comportamento possibile, annulla qualsiasi esternalità (non inquina), e non può essere gravato di servizi di cui non si usufruisce. Solo in riferimento alla voce "servizi di rete" si potrebbe aderire alla contribuzione, sulla base di un'articolazione della tariffa per potenza impegnata, anziché per consumo.

Bisogna anche notare che mentre ci concentriamo solo sulla seconda parte dei costi in bolletta sui primi (che incidono per ben 80,00 €/MWh) sta succedendo una quasi invisibile rivoluzione. Il prezzo al quale l'energia elettrica viene venduta dai produttori (es. da una centrale a turbogas a ciclo combinato) ai grossisti (che poi ce la rivendono) è precipitato. A maggio 2014, come si può verificare sul sito del GME (Gestore Mercato Elettrico) è sceso a 43,70 €/MWh. Si tratta di ben 36,30 €/MWh, che fanno oltre 10 Mld di profitti che fino a qualche anno fa in gran parte non c'erano per i grossisti.

Nel 2008 il prezzo era, infatti oltre 70,00 €/MWh. In altre parole, mentre il Ministero sembra concentrarsi solo sul recupero di 1,5 Mld, rischiando di violare la normativa europea, di subire ricorsi a decine di migliaia e provocare (se persi) un immenso danno erariale (stimabile fino a 50 Mld di euro), ci sono ca. 8 Mld di "sovraprofitti sistematici" che poche centinaia di operatori ottengono a danno di tutti gli italiani. Potremmo avere almeno una piccola frazione dell'attenzione mediatica riservata ai 10 Mld di incentivi alle rinnovabili per questi 8-10 Mld di differenziale di prezzo tra costi all'ingrosso e tariffe al dettaglio? Magari le Associazioni dei Consumatori potrebbero essere interessate.

Peraltro, secondo analisi ormai consolidate (tra l'altro dello stesso GME, nelle sue newsletter, in particolare questa), questo immenso calo di costo dell'energia, che non vediamo, è direttamente provocato dalle rinnovabili (che incidono ormai per oltre il 40%). E', insomma, una loro esternalità positiva.

Su cosa agire

Tiriamo le somme: da un parte c'è una ventilata azione che devasta il diritto e rischia azioni di risarcimento per decine di miliardi di euro e l'affondamento residuo del nostro sistema creditizio (per non parlare della credibilità internazionale, che è già un fantasma da tempo), per ottenere solo 1,5 Mld di minori costi in una bolletta da ca. 50 Mld/anno; dall'altra due concrete possibilità:

  • Recuperare ca. 2 Mld da pochissimi operatori benefici impropri o esagerati (energivori, Sulcis, Enel, Sorgenia, A2A, Hera, Edison, Sogin, FFSS, Vaticano, per restare ai principali), o comunque revisionabili, come da "Lodo Stagnaro";
  • Recuperare almeno una parte di ca. 8 Mld da pochissimi grossisti (ca. 200, di cui non più di venti grandi ed uno grandissimo, Enel) "incoraggiandoli" a trasferire ai consumatori i risparmi enormi che stanno facendo nell'acquisto dell'energia elettrica grazie alle rinnovabili, come da "Lodo Artizzu".

Se 10 è maggiore di 1,5 la scelta dovrebbe essere ovvia. O no?

Alessandro Visalli,

M.S.A. - Movimento per lo Sviluppo delle Energie Alternative

consiglio direttivo ATER, Associazione Tecnici Energie Rinnovabili

Responsabile Tavolo di Lavoro Tecnici di FREE

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