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italcom_sacchetti_250x166Dopo che la pubblicità sui sacchetti prodotti con l’additivo ECM, presentati come biodegradabili, è stata dichiarata ingannevole dall’Antitrust, le tre aziende produttrici Italcom, Arcopolimeri e Ideal Plastik sono state multate (la prima dovrà sborsare 40mila euro e le altre 20 mila) e la pubblicità è stata sospesa. Ma Italcom non ci sta e dalla home page del suo sito ribadisce la bontà del proprio prodotto.

A dire il vero, l’azienda riporta un elenco di “prove” a suo favore – risultati di studi e ricerche – che dovrebbero convincere della propria innocenza almeno il consumatore, visto che l’Antitrust si è ormai pronunciata.

Le materie plastiche prodotte con ECM sono biodegradabili in termini e percentuali variabili, come sostenuto, dall’Istituto Superiore di Sanità (I.S.S.) e fatto proprio dall’AGCM quando dichiara ‘…che le materie plastiche in questione, additivate con ECM, sono soggette a biodegradazione…’ - AGCM (art.39)”, si legge su italcombiodegradabile.com. Poi segue la successione di documenti che avvalorerebbero la tesi dell’azienda. Si tratta delle conclusioni, tra gli altri, anche della Società Chimica Italiana e dell’Università di Napoli.

La comunicazione di Italcom spiega poi che “l’ECM MasterBatch Pellets utilizzato almeno all’1%, aggiunto al PE, PP, PS, PET e PVC, rendono Biodegradabile il prodotto finito secondo quanto previsto dalla norma UNI EN ISO 14855 , in tempi variabili a secondo del polimero di base utilizzato in tempi e percentuali differenti in una tempistica compresa fra i 9 mesi ed i 5 anni. Per quanto riguarda la compostabilità, avendo gli attuali impianti di compostaggio in Italia cicli di lavoro mediamente di 90 giorni, l'additivo ECM non esplica la sua azione entro questi tempi e pertanto il prodotto finito non può essere definito compostabile secondo la UNI EN 13432”.

Non solo. Italcom aggiunge un ulteriore tassello e chiama in causa sentenze, provvedimenti e articoli di legge. “Va precisato che – ricorda l’azienda - (Corte di Giust. CE 01/03/2007 in causa C-176/05 punto 18) ‘la definizione e riconoscimento di un impianto di compostaggio è contenuta nel Regolamento CE 1774/2002’, all’art. 15 ed all’allegato VI, ed è agevole verificare dalla lettura degli stessi che non esiste alcun richiamo neanche alla volontaria applicazione della norma EN 13432. Tra l’altro, l’art. 183 d.lgs. 152/06, invece, definisce il compost come il ‘prodotto ottenuto dal compostaggio della frazione organica dei rifiuti urbani nel rispetto di apposite norme tecniche finalizzate a definirne contenuti e usi compatibili con la tutela ambientale e sanitaria e, in particolare, a definirne i gradi di qualità’. La definizione normativa – si legge ancora sulla nota - richiama una espressione tecnica quale compostaggio che ‘si qualifica per essere un processo aerobico di decomposizione biologica della sostanza organica che avviene in condizioni controllate, e che si svolge nelle due fasi della biossidazione e della maturazione, e che porta alla produzione di acqua, anidride carbonica, calore e compost’, si legge testualmente nella motivazione di T.A.R. LOMBARDIA – SEZ. BRESCIA, sent. N. 1634 del 30/04/2010”.

Spiegazioni leggermente confusionarie nella loro forma, ma che puntano a smentire quanto decretato dall’Antitrust, vale a dire che non tutti i sacchetti commercializzati finora come “biodegradabili” possono essere davvero ritenuti tali.

Anna Tita Gallo


 

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