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fail facebook 450Un bicchiere di troppo, serate finite con momenti epici, lo smartphone a portata di mano e la frittata è fatta: un selfie o una foto ci ritraggono in situazioni troppo imbarazzanti per essere mostrate. Eppure finiscono immancabilmente su Facebook, dove a guardarle saranno anche capi, colleghi e partner di lavoro.

La soluzione potrebbe venire dalla mente di Yann LeCun, il ricercatore e guru che al momento guida il the Facebook Artificial Intelligence Research lab, un team di cervelli che si dedica allo studio dell’intelligenza artificiale per il social network.

PROBLEMA E SOLUZIONE – Il problema è chiarissimo: troppe immagini scomode finiscono in Rete a causa della pessima abitudine di non separarci mai dagli smartphone, a causa di amici che non si curano delle conseguenze e a causa di una certa distrazione che ci contraddistingue. Ma la nostra reputazione potrebbe essere compromessa indelebilmente. Che fare? Yann LeCun vorrebbe mettere le briglie a questo comportamento, almeno avvertendo le persone che potrebbero pentirsi di qualcosa che stanno tentando di pubblicare online. Così, è nata l’idea di un assistente virtuale che riconosce le foto imbarazzanti. Sostanzialmente, ricorderebbe che i post sono pubblici e chiederebbe se davvero saremmo fieri di mostrare certe scene a mamma, papà, capi e quant’altro.

COSA PUBBLICHIAMO? – Sembra una domanda scontata, eppure non sempre ci rendiamo conto, quando pubblichiamo sui social network foto o opinioni personali, che un giorno qualcosa potrebbe ritorcercisi contro. Facebook & co. sono una piazza, che seppur virtuale, resta specchio della nostra anima. Siamo noi quelli online, non siamo un avatar, non siamo un nickname. Ecco perché i licenziamenti dovuti a comportamenti scovati sui social network sono sempre più frequenti, addirittura in molti svelano retroscena sull’azienda per cui lavorano o insultano il capo. Sembra quasi che ci si senta protetti in un posto che, per definizione, offre modalità per rendere contenuti non visibili al mondo intero, ma che ci rende di fatto pubblici. Per scelta, sia chiaro. Ricordiamo solo a titolo d’esempio la frase postata su Facebook da una dipendente della Perugina-Nestlè, Marilena Petruccioli, secondo lei e secondo i sindacati scritta quando lavorava altrove, ma prova di comportamento scorretto per l’azienda.

LA TECNOLOGIA – Un tool come quello che si studia negli USA è basato sul riconoscimento delle immagini. Drunk-self o sober-self? Entra in gioco il cosiddetto “deep learning”, una tecnologia che ha già portato al riconoscimento nelle immagini dei visi degli amici, pronte per il tag. Adesso il team di LeCun sta tentando di applicare il meccanismo di AI al comportamento che teniamo online, per poter identificare appunto il contenuto appropriato rispetto al nostro news feed, il flusso di notizie e di aggiornamenti che pubblichiamo solitamente. Il passo avanti, dunque, è capire in che direzione ci muoviamo, interpretare, prevedere, per suggerire all’utente se la prossima mossa potrebbe rivelarsi un passo falso clamoroso.

CRITICHEPer alcuni si tratterebbe di un attentato alla privacy, con le macchine che prendono il sopravvento e addirittura ci impongono cosa sia meglio fare/non fare. Senza contare alla quantità di dati che Facebook immagazzina. Ma per LeCun il suo team sta solo tentando di ridarci più controllo sulla nostra identità e su come vogliamo mostrarci, allo stesso modo in cui Facebook già ci avverte se qualcuno pubblica qualcosa sulla nostra bacheca.

D’altra parte Google utilizza il deep learning per rendere i risultati di ricerca più precisi, Microsoft per tradurre le chiamate in Skype da una lingua all’altra, Twitter e Yahoo! non fanno eccezione. Non è una tecnologia nuova, è oggetto di studio dagli Anni Ottanta, basti pensare al riconoscimento della scrittura manuale. Il prossimo obiettivo è quello di far sì che le macchine riconoscano il linguaggio, la sintassi, intere frasi e paragrafi.

Anna Tita Gallo

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