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telaio 450La Guardia di Finanza di Torino ha sequestrano un’intera fabbrica di prodotti in cashmere falso e 150 mila articoli di abbigliamento che riportavano informazioni false sulle etichette. Nel mondo la moda diventa sempre più sostenibile, ma non mancano episodi come questo, che sono purtroppo all’ordine del giorno.

L’INDAGINE – È in un negozio del capoluogo piemontese che sono state notate sciarpe sospette, vendute come di cashmere, ma a prezzo inferiore rispetto a quello medio.

La successiva indagine e le relative analisi hanno portato alla luce la verità: invece di un 50% cashmere/50% altra lana, le sciarpe erano composte da viscosa e polyammide, con una piccola percentuale di lana, ma anche pelo di coniglio. Di cashmere nemmeno l’ombra. Così, 4 persone sono state denunciate per frode in commercio e messa in vendita di prodotti industriali di cui è stata attestata falsa qualità.

IL SEQUESTRO – Alle spalle degli articoli di abbigliamento, 2 grossisti con base in provincia di Milano e Bergamo, che hanno subito le perquisizioni del caso: nelle loro sedi erano presenti 30 mila capi con etichette fasulle. Basti pensare che su quelle che riportavano la dicitura “100% viscosa” veniva applicata una seconda etichetta “100% lana”.

UNA VERA INDUSTRIA DEL FALSO – Non solo. A Marcon (Ve) è stata scoperta una fabbrica in cui si realizzavano i capi; a Santa Margherita d'Adige (Pd), invece, si conservavano capi pronti con tanto di etichetta e confezioni con il nome di località di spicco italiane.

NON SOLO CATTIVE NOTIZIE – Nel mondo, per fortuna, etica e moda iniziano a camminare a braccetto. I riflettori sono puntati sui grandi big dell’abbigliamento, sia dal punto di vista della qualità e della provenienza delle materie prima, sia per via delle condizioni di lavoro dei dipendenti (soprattutto quando la produzione si concentra in Paesi poveri).

Questo, a lungo andare, sta portando ad una consapevolezza crescente per cosa indossiamo e come viene realizzato. Un recentissimo report dell'Agenzia danese per la protezione dell'ambiente - Danish apparel sector natural capital account – ha calcolato i costi ambientali del settore tessile in base a mercato e abitudini di consumo della Danimarca. Ebbene, una maglietta di cotone ha un costo ambientale di quasi 22 corone danesi (circa 2,95 euro). , ma si superano i 3 miliardi di corone (circa 400 milioni di euro) se si considera la quantità di capi di abbigliamento utilizzata all’anno. E ogni abitante indossa in media circa 16 kg di vestiti all’anno.

Molto poco sostenibile. Ma informare è il primo passo per rendere consapevoli e cambiare gli stili di vita. Naturalmente, in questo, gli ambientalisti cercano di essere i più presenti. Pensiamo, ad esempio, alla campagna Detox di Greenpeace, che sottolineava come le industrie tessili rilascino scarichi pericolosi nei principali fiumi in Cina, le stesse industrie che poi riforniscono i brand internazionali come Nike e Adidas. Una minaccia per l’ambiente e anche per l’uomo, visto che alcuni composti chimici alterano il sistema ormonale, altri quello riproduttivo.

Anche sulle passerelle la moda si è tinta di green negli ultimi tempi. Brand come Valentino hanno preso l’impegno di eliminare le sostanze nocive dalla produzione, mentre iniziative come Green Carpet Challenge di Livia Giuggioli (la moglie italiana dell'attore inglese Colin Firth) hanno portato alle sfilate abiti disegnati da grandi firme e realizzati in materiali sostenibili. Resta però labile il confine tra sostenibilità reale e greenwashing.

Anna Tita Gallo

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