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indigenous 2"Nessuno deve soffrire o morire per fare vestiti. Proprio al contrario, loro e le loro famiglie dovrebbero prosperare. Ecco come funziona la nostra supply chain. Ecco come può essere con gli altri. Non facciamola più difficile di quanto non sia. E non possiamo aspettare. Ci sono molte vite in gioco". Così Leonard Scott, Co-fondatore e Ceo di Indigenous spiega il modo di lavorare della sua azienda, che da quasi due decenni, ha scelto la strada della moda etica, equa e biologica.

Con oltre 500 boutique e moltissimi cataloghi, Indigenous impiega 1.500 artigiane in alcune delle regioni più povere del Sud America, che partecipano alla sua supply chain. "Incidenti come quello che è avvenuto in Bangladesh semplicemente non sarebbe potuti accadere nella nostra catena di fornitura - commenta Scott-. Noi esaminiamo indipendentemente i lavoratori semestralmente, richiedendo pratiche di lavoro partecipative e giuste, organizzando personalmente workshop e pagando prezzi che garantiscono sicurezza e prestazioni salariari eque e facile da raggiungere".

E c'è di più: il modello di Indigenous è facilmente replicabile, oltre che rappresentare un vantaggio competitivo. E l'azienda equo e bio è pronta a condividerlo per contribuire a salvare vite umane e promuovere il benessere di artigiani e lavoratori tessili in tutto il mondo. Lo dice a chiare lettere Matt Reynolds, Co-fondatore e presidente dell'azienda.

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Perchè farlo? Perchè, ad esempio, i dati raccolti in modo indipendente da Indigenous mostrano che il 75% di artigiani della sua catena non è più a rischio di povertà. Molti di loro stanno raggiungendo anche traguardi di sicurezza finanziaria e alcuni hanno avviato delle proprie botteghe artigiane. I luoghi di lavoro, ovviamente, sono sicuri e l'85% dei lavoratori afferma di stare meglio da quando partecipa alla supply chain.

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IL MODELLO. Il modello di Indigenous dispone di tre elementi chiave. Il primo è il continuo monitoraggio della catena e la promozione dei diritti dei lavoratori, oltre che del loro impegno in tutti gli aspetti della politica e delle pratiche sul posto di lavoro. Per farlo l'azienda usa tecnologie innovative per rilevare direttamente i dati sui lavoratori, riguardo al loro benessere economico e sociale. Lo fa usando gli SMS. Questo permette che le opinioni vengano condivise in privato e in maniera del tutto confidenziale.

Il secondo elemento chiave è la trasparenza. Dalla provenienza delle sue fibre da agricoltura biologica allo stato degli artigiani e delle comunità artigiane, Indigenous condivide informazioni sulla sua catena in un modo che va oltre la semplice etichettatura: ci sono profili video dei lavoratori, workshop per artigiani e mappe della supply chain. E questi sono solo alcuni degli strumenti utilizzati.

Il terzo punto, assolutamente fondamentale, è il coinvolgimento dei consumatori nel valore del commercio equo e della moda biologica. Questo autunno, ad esempio, per ogni capo Indigenous ci sarà in etichetta un QR code, che consentirà di accedere all'applicazione "Fair Trace Tool". Si tratta di un'app che permette al consumatore di conoscere virtualmente gli artigiani che hanno fatto l'indumento, per capire l'impatto sociale dei loro acquisti etici.

Indigenous è pronta a condividere tutto questo (le sue migliori prassi e gli strumenti di trasparenza della sua supply chain) con qualsiasi marchio di moda disposto a promettere che "nessuno soffrirà o morirà per fare i suoi vestiti". Chi risponderà all'appello?

Roberta Ragni

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