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rana plaza bangladeshLe orribili immagini di centinaia di donne innocenti, bruciate o seppellite sotto il crollo della fabbrica in cui producevano vestiti rimarranno per sempre impresse nella mente. La macchia sul mondo della moda è ormai indelebile e il collegamento tra i vestiti e le vite di chi li produce è stato palesato al mondo intero.

Le persone che producono vestiti venduti in tutto il mondo spesso muoiono mentre lavorano, a causa delle inadeguate condizioni di sicurezza. Secondo le ultime stime, più di 1.000 operai hanno perso la vita a Dacca, il che rende l'incidente del Rana Plaza il più mortale di sempre dell'industria dell'abbigliamento. E mentre stavano ancora tirando fuori i corpi dalle macerie, un altro stabilimento del Bangladesh è andato in fiamme lo scorso giovedi, uccidendo ancora otto persone.

Le storie non raccontate dietro questi freddi conteggi dei corpi sono struggenti. E stanno fortemente minando, ovviamente, all'immagine dell'intero settore. Anche se spesso non se ne parla. "Le morti nelle fabbriche di abbigliamento moderne tendono a essere diversi da incidenti aerei o da molte altre catastrofi nello stravagante slow-motion del loro dolore. Per minuti, o addirittura ore, i polmoni dei lavoratori si riempiono di fumo. Per giorni, anche settimane, i lavoratori lottano per sopravvivere sotto le macerie fino a quando qualcuno li porta fuori", scrive Sarah Stillman su The New Yorker.

L'avvocato esperto di sfruttamento e diritti umani Kalpona Akter racconta la storia di una madre di una delle vittime dell'incendio nella fabbrica di Tazreen, avvenuta lo scorso novembre e in cui persero la vita 117 persone. Suo figlio di appena 24 anni ebbe il tempo di chiamarla durante l'incendio, per spiegarle che stava cercando in tutti i modi di scappare. Ha avuto il tempo di dirle che i suoi polmoni si stavano riempiendo di fumo, che stava legando una camicia intorno alla vita in modo che potesse identificare il suo corpo. Ha avuto il tempo di chiederle scusa per la sua morte.

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Didar Hossain lavorava in una fabbrica di abbigliamento di fronte al Rana Plaza quando l'edificio è crollato, come ha raccontato alla BBC. Spingendo una guardia di sicurezza, è corso ad aiutare i colleghi. Hossain ha trascinato fuori corpi senza testa e salvato decine di persone. Ha trovato anche una ragazza intrappolata tra le macerie, per la quale l'unico modo per uscire era amputare la mano. Il medico presente sul posto era troppo spaventato per andare dentro e gli porse un coltello. "Mi ha guardato mentre io le amputavo la mano. Lei urlava, anche io urlava, e ho pianto quando l'ho visto piangere. Mi sono sentito davvero male, ma non c'era altro modo".

Di fronte a tragedie come questa, è giusto capire a chi dare la colpa, anche se le aziende non sono legalmente obbligate a rivelare la loro catena di fornitura al pubblico. Gruppi di lavoro stanno letteralmente scavando tra le macerie per trovare prove fisiche che leghino i grandi marchi al disastro. Ma, anche quando le prove schiaccianti emergeranno, le catene di fornitura contorte e i contratti con terzi renderanno facile per le aziende negare la responsabilità. E, se il collegamento tra i marchi e le tragedie è difficile da dimostrare, la pressione esercitata su queste fabbriche a produrre sempre di più è innegabile.

Nel 2002, il Bangladesh ha esportato 5.000 milioni dollari del valore di prodotti. Negli ultimi 10 mesi questo numero era di 17,31 miliardi dollari. Manodopera a basso costo e norme permissive: è questa la chiave del successo. Le grandi marche dicono di fare dei controlli, ma i lavoratori affermano che le ispezioni delle aziende non sono affidabili. Eppure molte aziende stanno sottovalutando il loro coinvolgimento nei problemi di sicurezza, invece di impegnarsi affinché fatti come questi non accadano più.

Non PVH (proprietario di Calvin Klein e Tommy Hilfiger) e il distributore tedesco Tchibo, che nel 2012 sono stati i primi a sottoscrivere l'accordo sulla sicurezza degli edifici con adeguamenti antincendio, il "Bangladesh Fire and Building Safety Agreement", proprio mentre altre, tra cui Wal-Mart e Benetton, stanno cercando di evitare di firmare, proponendo invece alternative deboli e utili solo all'immagine dell'azienda. L'accordo a sostegno dei lavoratori prevede ispezioni indipendenti, rapporti pubblici sulle condizioni delle fabbriche dei fornitori e provvedimenti obbligatori. Sarebbe applicabile persino per le corti di giustizia dei Paesi d'origine delle aziende.

Per Avaaz, che, come il marchio di moda etica People Tree, ha lanciato una petizione proprio per sollecitare la sottoscrizione di questo accordo sulla sicurezza, il modo migliore di fare pressione è rivolgersi direttamente agli amministratori delegati, ricordando che la loro reputazione e quella delle loro aziende sono a rischio.

Per leggere la petizione clicca qui

Roberta Ragni

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