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unileverQualche giorno fa, in occasione di Biodiversamente, il festival dell'Ecoscienza, Unilever ha annunciato che sosterrà economicamente una delle due borse di studio promosse da WWF sulla biodiversità italiana.

Ugo De Giovanni, Sustainable Team Leader per l'Italia, ha in questa circostanza ricordato che “Unilever e WWF collaborano già da anni a livello internazionale con l'obiettivo di orientare le politiche di approvvigionamento in un'ottica di maggiore sostenibilità”-

Questa è solo l'ultima di una serie di iniziative volte a dare a Unilever – grande gruppo anglo-olandese, secondo solo a Nestlè per giro di affari nel settore alimentare – un volto più ecofriendly. Da qualche anno, infatti, la corporation investe ingenti risorse sulla sua immagine e a partire dal 2010 è diventata paladina di un nuovo modello di sostenibilità.

Ma andiamo con ordine.

Unilever è nata negli anni 30 e da allora è cresciuta costantemente, assorbendo molti marchi quali Algida, Dove, Knorr, Lipton, Axe, Cif e Lux, tanto per citare alcuni dei più noti. Unilever è ormai una delle multinazionali più influenti al mondo. Non stupisce, quindi, che sia stata oggetto in passato di forti critiche per le sue politiche aziendali non sempre irreprensibili.

Per esempio, la fabbrica Hindustan Lever è stata accusata di ripetute violazioni della legislazione indiana ed è stata riconosciuta colpevole dai Tribunali del sistema giudiziario indiano, secondo quanto riporta una recente edizione della Guida al consumo critico. Sebbene anche il comparto indiano si richiami ora ai valori della sostenibilità, dei diritti e dello sviluppo rurale, solo pochi anni fa Hindustan Lever è infatti stata accusata di violare i diritti dei lavoratori ostacolandone la sindacalizzazione e di fare uso di lavoro minorile.

Anche in Pakistan i lavoratori delle piantagioni di té Lipton hanno dovuto lottare a lungo, arrivando a rivolgersi all'OSCE (Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica) per vedere riconosciuto il proprio diritto a un lavoro stabile e garantito.

Non solo: Unilever ha ricevuto forti critiche per i messaggi promozionali per Fair and Lovely e White Beauty, due creme schiarenti. Le pubblicità mostravano donne dalla pelle scura che, dopo l'uso dei prodotti cosmetici sbiancanti, trovavano l'amore e il successo. Non proprio un messaggio eticamente corretto; ma questo non ha certo trattenuto l'azienda dal commercializzare i prodotti anche in Medio Oriente, dove sul proprio sito web l'azienda dichiara alle potenziali consumatrici che “le creme schiarenti sono la più diffusa cura della pelle in Asia, un po' come le creme antirughe lo sono in Europa e negli USA”.

Certo, guardando le cose da un altro punto di vista, Unilever ha fatto grandi passi in avanti. Per esempio, dopo una lunga campagna condotta da Greenpeace e Friends of The Earth, ha dichiarato di aderire alla moratoria per impedire la distruzione delle foreste indonesiane, abbattute per fare largo alle piantagioni per l'estrazione dell'olio di palma. In precedenza, però, l'azienda non aveva dimostrato grande attenzione ai requisiti etici e ambientali dei propri fornitori, e anche oggi molti obiettano che i controlli operati non siano dei più trasparenti e affidabili.

Insomma, per molti anni Unilever ha cambiato le proprie politiche solo dopo essere stata fortemente criticata dai sindacati e dalle associazioni ecologiste. Ecco perché l'attuale svolta in chiave green desta qualche sospetto. Pare quasi che l'azienda abbia capito che il tema della sensibilità ambientale e sociale si sta facendo sempre più sensibile e che occorre curare la propria immagine per aumentare ancora il proprio fatturato.

Qualche dubbio rimane.

Soprattutto perché a ben vedere, al centro dell'Unilever Sustainable Plan c'è la volontà di “raddoppiare il proprio business entro il 2020, aiutando al tempo stesso le persone a migliorare la propria salute e il proprio benessere, dimezzando l'impatto ambientale lungo tutto il ciclo di vita dei propri prodotti e approvvigionandosi per il 100% delle materie prime in modo sostenibile”.

Sembra quasi che sbandierare la sostenibilità sia solo una strategia di marketing per raddoppiare il fatturato.

Senza considerare che se si dimezza l'impatto ambientale del singolo prodotto, ma si punta al raddoppio di pezzi venduti, altro non si fa che proseguire un modello economico che continua a sfruttare pesantemente le risorse del pianeta, senza prevedere un radicale ripensamento – reso ancora più necessario dalla crisi economica – dell'attuale sistema di produzione e consumo.

Doris Zaccaria

GreenBiz.it

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