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greenwashing modaIl greenwashing esiste ovunque, anche nell'industria della moda, dove appena si intuisce una tendenza tutti sono pronti a seguirla. E una delle tendenze del momento è proprio il "Going Green", così molte aziende abusano della parola "eco", anche se usano, ad esempio, solo un tessuto naturale e biologico che si fonde con uno sintetico.


Per Miguel Adrover, creative director di Hessnatur, una società di vendita per corrispondenza tedesca specializzata nella vendita di prodotti ecologici, con focus sui vestiti, si tratta di semplicemente di un'eco-menzogna, perché la creazione di una moda veramente green richiede onestà e impegno: "le fibre devono essere coltivate in aziende biologiche certificate e non possono essere mescolate con materiali sintetici o tinti e decolorate con prodotti chimici", spiega il direttore creativo.

UNA QUESTIONE UMANITARIA - "Parliamo sempre dell'importanza del pianeta, ma la vera agricoltura biologica, così come la produzione, si preoccupa anche dei lavoratori. La loro salute è altrettanto vulnerabile alle sostanze chimiche dannose. Alcune aziende pensano che sia possibile distinguere tra pratiche ambientali e pratiche sociali ed etiche, ma, per me, l'idea che si può fare qualcosa di ecologico, ma non socialmente utile, è una sciocchezza", continua Adrover.

L'impegno per il pianeta, infatti, non riguarda solo aria, acqua e terra, ma anche le persone che vivono su di esso. Se si acquistano fibre coltivate biologicamente, ma si produce abbigliamento in fabbriche che non tutelano i lavoratori, non si può parlare di sostenibilità.

SMACCHIARE IL GREENWASHING DELLA MODA ETICA - A chi spetta il compito di smascherare e smacchiare questo greenwashing? Ai consumatori in primis spetta il compito di informarsi sulle pratiche dei marchi che acquistano: dove sono state coltivate le fibre? Sono stati aggiunti materiali sintetici? Sono stati usati coloranti naturali? Dove è stato prodotto l'abito? Il Brand aderisce a pratiche di lavoro eque riconosciute a livello internazionale? Tratta i lavoratori con rispetto? Anche i progettisti, conclude il creative director "hanno una responsabilità. Dobbiamo accettare che la bellezza viene anche da come noi creiamo, non solo da quello che creiamo".

Roberta Ragni

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