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corona beachNel 1979 la birra Corona arriva negli Usa. In pochissimo tempo diventa famosissima, icona dei surfisti e di chi si rilassa sulle spiagge californiane. In 10 anni si piazza dietro Heineken tra le birre importate per popolarità. E Heineken non ci sta. Ecco una storia di marketing che non tutti conoscono ma che può insegnare parecchio.

Sembrava che nulla potesse fermare l’avanzata della Corona Extra, questa birra arrivata dal Messico, da Grupo Modelo. Poi all’improvviso qualcosa le si ritorce contro e gli store iniziano a non volerla più vendere. Cos’è questo qualcosa? È un pettegolezzo, diffusosi a macchia d’olio molto prima che i social network ci mettessero lo zampino.

Un rumour terribile, che minava i pilastri della produzione: uno degli ingredienti della birra Corona sarebbe urina. Colpa dei lavoratori messicani che si vendicavano così dei loro rivali storici.

Una notizia sussurrata, che rapidamente si diffonde e spinge molti clienti a preferire altre marche. In alcune città si registrarono cali di vendite fino all’80% e i punti vendita rimandavano indietro la merce.

Michael J. Mazzoni della Barton Beers, la società che distribuiva la Corona, decise di indagare per capire soprattutto come salvare la brand reputation dell’azienda. Ad un certo punto riuscì a risalire ad una delle menti che aveva partorito il pettegolezzo, uno dei retailer di Heineken, Luce and Son, Inc., a cui alla fine fu imposto di negare pubblicamente la veridicità della notizia.

Se Corona lentamente si riprese - ma ci volle un decennio e comunque la sua avanzata fu davvero bloccata - non fu così per la cultura ispanica protagonista del rumour. Gli stereotipi razzisti sulle abitudini dei messicani si amplificarono a dismisura. E ancora oggi quando si parla dei falsi miti che ruotano attorno alle birre più famose si tira in ballo questa storia della composizione della Corona, senza contare che “Mexican piss waterè sinonimo di Corona nel gergo comune.

Anna Tita Gallo

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