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apple_ambienteAbbiamo più volte detto che tutte le informazioni che viaggiano sul web o che vengono memorizzate per essere poi disponibili agli utenti in ogni momento e da qualsiasi dispositivo, producono un inquinamento che in alcuni casi può eguagliare quello prodotto da migliaia di persone. Per questo motivo sono sempre di più le aziende dell'IT che rendono trasparenti i propri consumi energetici e, per rispondere alle critiche degli ambientalisti, mettono in atto diverse soluzioni per contenere sprechi e inquinamento.

È il caso di Google ad esempio, con il suo data center finlandese raffreddato con un sistema basato sull'acqua di mare, o di Facebook, che dopo le accuse di Greenpeace ha reso "open" il proprio data center, riducendone il fabbisogno energetico.

Ed è il caso anche di Apple, che probabilemente anche in risposta alle accuse del rapporto di Greenpeace "How dirty is your data?" che la identificava come l'azienda tecnologica più carbonivora, pare abbia deciso di alimentare attraverso energie rinnovabili un proprio data center: si tratta di quello di Maiden nel North Carolina dove, secondo un giornale locale, la Mela di Cupertino avrebbe deciso di costruire un'enorme centrale fotovoltaica.

Secondo le indiscrezioni della stampa, infatti, la società avrebbe richiesto alcuni permessi per modificare i 171 acri (poco meno di 70 ettari) del terreno di fronte al data center inaugurato poco tempo fa e destinato proprio alla gestione di iTunes Store e dei servizi iCloud, che riguardano l'archiviazione in remoto di tutti i contenuti degli utenti Apple, che possono così accedervi in qualsiasi momento attraverso iPad, iPhone, iPod touch o Mac.

Il progetto, chiamato Project Dolphin Solar Farm A Expanded, costerà – pare – circa 1 miliardo di dollari, rappresentando la più grande struttura ad energia rinnovabile costruita dall'azienda e permettendo di ridurre al minimo il ricorso ad altri tipi di fonti energetiche meno pulite. Il tutto avverrà tra l'altro in uno degli stati più inquinanti, quello del North Carolina, che conta il 61% della propria energia proveniente dal carbone e il 31% dal nucleare.

Pare insomma che le azioni messe in moto da Greenpeace per denunciare l'impatto ambientale del cloud computing stiano avendo gli effetti sperati, ovvero quelli di indurre le grandi società sotto accusa a trovare metodi alternativi per alimentare le proprie strutture, continuando a fornire i servizi che le hanno rese così famose.

Eleonora Cresci

GreenBiz.it

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