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diritti umani piattaforma multinazionaliDa Kellog a Nestlé, da Amazon a Danone. Il Business and Human Rights Reosurce Center, una Ong indipendente con sede nel Regno Unito, ha appena pubblicato una nuova piattaforma interattiva che getta luce sugli effetti delle multinazionali sui diritti umani.

I dati raccolti sono il risultato del monitoraggio di 50 governi nazionali e di 72 aziende e mostrano che, nonostante alcuni progressi, resta ancora molto lavoro da fare.

I risultati non sono affatto sorprendenti. Molti degli intervistati hanno ribadito il concetto per cui le lunghe e complesse catene di approvvigionamento rendono difficile il controllo del rispetto dei diritti dei lavoratori nelle primissime fasi produttive. Alcune realtà però stanno compiendo progressi in questo senso, dunque è inammissibile che le maggiori multinazionali non facciano nemmeno un tentativo.

Delle 50 aziende che hanno partecipato al sondaggio, 34 si sono già dichiarate pubblicamente disponibili sul fronte del rispetto dei diritti umani. Tra le società che hanno risposto all'indagine, il settore alimentare e delle bevande ha avuto il più alto tasso di partecipazione, pari a oltre il 70%, un dato incoraggiante, considerando l'impatto che questo settore ha su questioni sociali come il diritto alla terra, la scarsità d'acqua, e la salute pubblica.

Per quanto riguarda il settore dell'abbigliamento, solo 1 azienda su 4 ha risposto al sondaggio. Si avvicina l'anniversario del crollo della fabbrica di Rana Plaza, in Bangladesh, e a quasi due anni dal disastro la mancanza di partecipazione desta qualche perplessità.

"Mentre le grandi aziende di abbigliamento come Adidas, Nike e Gap hanno politiche per i diritti umani già in atto e si sono impegnate in questa indagine, è deludente che molti altri nel più ampio settore di vendita al dettaglio siano rimasti in silenzio" - ha dichiarato Annabel Short, direttore del programma di Human Rights Resource Center.

I principali rivenditori online, come Alibaba, Amazon ed eBay, e famosi punti vendita al dettaglio, come Costco, Fast Retailing e Walmart, non hanno ancora risposto a questa indagine. Queste aziende hanno un impatto enorme attraverso le loro catene di approvvigionamento, e anche nel trattamento dei dipendenti. Ora la speranza è quella di vedere una maggiore azione nella trasparenza da parte di queste imprese in materia di diritti umani.

Per quanto riguarda i governi nazionali, la maggior parte dei paesi dell'Unione Europea ha risposto all'indagine. Hanno partecipato anche Paesi come gli Stati Uniti e il Brasile. Inoltre, anche Angola, Bahrain, Israele, Giappone e Birmania - paesi ancora nelle prime fasi di sviluppo delle politiche per i diritti umani – hanno compilato il sondaggio. Nel frattempo, alcune delle più grandi economie del mondo, tra cui il Canada, la Cina, l'India e la Russia, sono rimaste in silenzio.

Che significato assumerà questa indagine nel lungo periodo? Per ora si tratta del classico scaricabarile, in cui aziende e governi si incolpano a vicenda per il mancato rispetto dei diritti umani. I dati raccolti possono comunque dare ad imprese e agenzie governative un'idea di come rafforzare le politiche dei diritti umani per aumentare la trasparenza e migliorare la reputazione aziendale nel lungo periodo.

piattaforma diritti umani

Consulta qui la piattaforma del Business & Human Rights Resource Center

Marta Albè

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