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smartworkerLo smart working è legge, il Parlamento italiano ha da poco votato la legge sul lavoro autonomo che include le regole dedicate a questa nuova modalità di lavoro. Sono già molte le aziende di una certa dimensione che se ne avvalgono, ma di fatto sono soltanto 250 mila i lavoratori “da remoto”.

Innanzitutto, va precisato che lo smart working non è il telelavoro, già utilizzato da decenni per attività svolte semplicemente davanti ad un terminale. Lo smart working è qualcosa di molto legato al cambiamento dei tempi, delle tecnologie e delle professioni. I lavoratori che rientrano in questa categoria sono quelli che svolgono attività avvalendosi di strumenti come pc o tablet, ma anche smartphone, e lavorano non all’interno della sede tradizionale dell’azienda, bensì da altre postazioni, casa compresa, per un arco di tempo prestabilito sul totale delle ore di lavoro settimanali, per motivazioni di varia natura.

Restano fermi il tipo di contratto e quindi anche quel totale di ore di lavoro concordate, così come resta identico il trattamento rispetto agli altri colleghi. Semplicemente una parte delle attività vengono gestite e portate a termine da un luogo diverso.

Vale il diritto alla disconnessione, che dovrà comunque essere definito nei dettagli rispetto al decreto: riposo e diritto a disconnettersi tecnologicamente dagli strumenti utilizzati.

Perché si attivi questa modalità occorre un contratto tra le parti (determinato/indeterminato), che termina quando una delle due recede, con preavviso di almeno 30 giorni, salvo eccezioni (giustificato motivo nel caso di accordo a tempo indeterminato o prima della scadenza nel caso di accordo a tempo determinato).

Ci sono elementi ancora non regolati a pieno, ad esempio le modalità con cui l’azienda mette a disposizione gli strumenti di lavoro (dovrebbe essere così) o come si possa esercitare un certo controllo sul lavoratore, ma anche la malattia e le questioni relative alla sicurezza.

In ogni caso sono già molte che, anche senza una legge ad hoc, avevano introdotto lo smart working, basti pensare a Vodafone che in Italia è stata pioniera e oggi vede 3.500 lavoratori operare secondo queste modalità.

In totale gli smart workers sono 250 mila, non moltissimi se consideriamo che la maggior parte si concentra nelle grandi aziende - il 30% nel 2016 aveva avviato queste forme di lavoro – e che invece le piccole e medie imprese restano inchiodate al 5%. Un dato interessante su tutti: lo smart working sarebbe utile in situazioni come quella delle donne che così potrebbero evitare di scegliere tra carriera e famiglia. L’identikit vede il 69% di smart workers uomini, con un’età media di 41 anni, tendenzialmente del Nord (52%).

Ma ora c’è una nuova legge, le aziende coglieranno maggiormente questa opportunità?

Anna Tita Gallo

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