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cambogia tessile 00011Dalle strade e dai bordelli al lavoro nell'industria tessile. Un documentario fa luce sul programma attraverso cui le autorità governative cambogiane cercano – almeno sulla carta - di strappare le giovani donne al mercato della prostituzione, reinserendole nel tessuto sociale attraverso il lavoro nelle fabbriche che producono capi di abbigliamento per numerosi marchi occidentali.

L'industria tessile, la principale risorsa economica di gran parte dei Paesi del Sud-est asiatico, è da tempo sul banco degli imputati per le condizioni di sfruttamento e la scarsa tutela a cui sono soggetti i suoi lavoratori. Basti pensare che, negli ultimi mesi, proprio la Cambogia è stata interessata da ondate di scioperi da parte degli operai del settore (spesso represse nel sangue), che chiedono un aumento dei salari, oltre che condizioni di lavoro più umane.

Il documentario The high cost of cheap clothes, realizzato dal magazine Vice, aggiunge un nuovo tassello a tale quadro di sfruttamento: invece di offrire alle donne una preziosa occasione per cambiare vita e migliorare le proprie condizioni, il programma di rieducazione previsto dal Governo per il "recupero" delle prostitute sembra creare le basi per la riduzione delle malcapitate in una condizioni di semi-schiavitù.

La Cambogia è una delle mete principali del cosiddetto "turismo sessuale" e la prostituzione vi si svolge in contesti diversi - dalle strade, ai bordelli, ai locali pensati per gli Occidentali - coinvolgendo migliaia di giovani donne, spesso poco più che bambine. Alcune sono vittime di sfruttamento, altre fanno di questa vita una vera e propria professione, per sostentare le proprie famiglie.

L'obiettivo fissato negli ultimi anni dal Governo di Phnom Penh - su spinta di molte organizzazioni internazionali, tra cui l'Unicef - è di arginare il più possibile tale fenomeno, attraverso strumenti quali, appunto, il "programma di rieducazione".

Nel documentario, Suroosh Alvi, fondatore di Vice, intervista alcune donne che hanno vissuto sulla propria pelle il percorso di reinserimento sociale, svelando innanzitutto come l'avviamento professionale previsto dal programma non sia una scelta realmente libera. Alle ragazze che vengono arrestate nel corso delle retate anti-prostituzione, infatti, viene chiesto di scegliere tra la detenzione e l'adesione al training, che diventa così una sorta via di fuga, l'unico modo per tornare in libertà.

Ma di libertà, nel percorso a cui le ragazze vengono avviate, ce n'è ben poca. Il training è gestito da alcune organizzazioni non governative e si svolge in condizioni di semi-prigionia, all'interno di appositi centri di addestramento, senza essere remunerato, privando così le donne di ogni forma di sostegno economico.

Successivamente, le giovani che hanno completato la formazione professionale intraprendono la carriera di operaie nelle fabbriche tessili, svolgendo un lavoro sottopagato, senza tutele e in condizioni igienico-sanitarie discutibili, anche a causa del sovraffollamento dei capannoni industriali.

Nelle fabbriche cambogiane, il lavoro si svolge dall'alba al tramonto, per sei giorni a settimane, e la retribuzione è di appena 80 dollari al mese (che corrisponde al minimo previsto dalla legge cambogiane: troppo poco se, come si afferma nel documentario, un affitto costa almeno 40 dollari).

Paradossalmente, quindi, il programma che dovrebbe salvare le giovani donne dalla prostituzione e da una vita degradante le trasforma in manodopera a basso costo, costringendole a ritmi di lavoro estenuanti e privandole dei diritti più elementari. Non stupisce che molte ragazze tornino a scegliere la prostituzione.

Ed è proprio in questo contesto di sfruttamento che vengono prodotti capi di abbigliamento per noti brand internazionali (nel documentario sono citati, tra gli altri, HM e Benetton): magliette, pantaloni, gonne che poi finiscono nei negozi di tutto il mondo, alimentando un giro di affari di miliardi di dollari.