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ceogreenI Ceo attuali delle grandi società del mondo potrebbero essere il vero motore del cambiamento?

Sarebbe sicuramente interessante scoprire che quel cambiamento in cui tutti speriamo sia partito dal mondo delle imprese e non dai governi. Naturalmente, le imprese della green economy in questo scenario avrebbero un ruolo particolare: spesso poco aiutate dalle istituzioni, si imporrebbero grazie alla loro forza e alla loro capacità di generare innovazione. Potrebbe essere realtà?

DOPO LA CRISI – Appena il mondo si è reso conto della crisi che stava attraversando, si è concentrato su come riuscire a fare business superando gli ostacoli. Come ottenere profitti? Come far quadrare i bilanci? Le prime domande sono state quelle che hanno orientato le strategie aziendali negli ultimi 5-6 anni.

Si è anche parlato di “economic reset” per indicare il nuovo paradigma che avrebbe sostituito quello del capitalismo vecchio stampo, ormai fallito, che aveva portato alla crisi. Poi però si è tornati velocemente a credere, con i segnali di ripresa, che nulla sia cambiato rispetto al passato e che continuare sulla stessa strada fosse la soluzione giusta. E i sostenitori del cambiamento?

I TEORICI DEL CAMBIAMENTO – Ovviamente non sono spariti. Alice Korngold ha scritto un saggio, “A Better World, Inc: How Companies Profit By Solving Global Problems Where Governments Cannot”, in cui spiega come molte grandi aziende nel mondo, lungo tutto l’arco della crisi economica, abbiano continuato a lavorare per il cambiamento.

Hanno appoggiato buone cause, basti pensare all’intervento di Ericsson e Intel a favore di iniziative per l’istruzione, o a Exxon Mobile e Vodafone, impegnate per contrastare la povertà di certe zone del pianeta, o a Johnson Controls, Unilever e Nike, che si battono contro i cambiamenti climatici.

COS’ È CAMBIATO? - Per la Korngold, semplicemente le aziende si sono rese conto delle ricche opportunità di business in cui si traduce il sostegno alle istituzioni nel puntare verso la sostenibilità, l’efficienza energetica, la riduzione della povertà o l’accesso alle cure mediche. Ma il punto cruciale è che queste aziende sanno agire più velocemente e più prontamente dei governi e sanno collaborare splendidamente con le associazioni non governative.

D’altra parte hanno un raggio d’azione più vasto e una marea di stakeholder, incluse le persone delle comunità locali dove operano. E sono più pronte a creare contatto sui social media, mostrando i propri progressi.

C’ È UN VANTAGGIO – Altrimenti perché le aziende dovrebbero impegnarsi in buone cause? Il vantaggio è di tipo economico e ormai le grandi multinazionali lo sanno. Gli investitori, i clienti e i dipendenti si aspettano trasparenza e piena aderenza alle norme ambientali. I costi della trascuratezza sono altissimi: consumatori insoddisfatti che protestano online e danneggiano la reputazione, investitori che percepiscono queste società come scommesse perse in partenza e così via.

I NUOVI DIRIGENTIServono però menti diverse per attraversare il cambiamento e cavalcarlo. Heidrick & Struggles, che si occupa di ricerca, ha preso in esame proprio la composizione dei Cda europei e ha stilato sei caratteristiche di quella che chiama “gestione dinamica”: profonda conoscenza del business, diversità di pensieri, leadership coinvolgente, esecuzione e allineamento strategici, capacità di adattamento e talento di leadership.

In ogni caso, servono dirigenti versatili, che si adattano molto più di prima, che possano essere socialmente responsabili non soltanto ricordando ai dipendenti di spegnere la luce e i monitori prima di tornare a casa.

Anna Tita Gallo

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