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green_bank_250x166Ad annunciare il debutto della Green Investment Bank (GIB) era stato, lo scorso gennaio, Chris Huhne, ministro per l'Energia del governo della Gran Bretagna, parlando di un’istituzione finanziaria che avrebbe rappresentato un tassello fondamentale della storia inglese degli ultimi anni.

L’idea alla base di questa banca in versione green è molto semplice: operare come una banca qualsiasi, ma utilizzando i profitti per sviluppare iniziative sostenibili. Ecco quanto si legge online, sul sito del Department for Business Innovation and Skills del Regno Unito: “Il Regno Unito sarà il primo Paese al mondo a creare una banca dedicata alla trasformazione della nostra economia in qualcosa di green. Infrastrutture economiche di alta qualità sono importanti per ogni economia che voglia essere competitiva, sempre in crescita. Il governo si impegna a passare ad una vera green economy, passando per una crescita che sia sostenibile nel lungo periodo. Questo implica un investimento senza precedenti per i prossimi decenni”. E, scorrendo la stessa pagina, si legge ancora che tra le iniziative primarie del governo ci sono quelle di riformare il mercato elettrico, pensare a come far fronte ai cambiamenti climatici, introdurre nuovi incentivi per le rinnovabili, rivedere le politiche di gestione dei rifiuti.

Sebbene, a supporto di queste svolte, dovrà essere pianificata una serie di politiche non esplicitamente green, la GIB è sicuramente un tassello fondamentale, al quale è stata riservata una promozione particolare. Lo stesso ministero sarà l’unico azionista fino al 2015 di quella che è già presentata come la pedina fondamentale sulla scacchiera della rivoluzione green del Paese; per il resto, non si conoscono i dettagli precisi dei primi interventi ma i presupposti sono incoraggianti. Si partirà ad aprile del 2012, attendendo intanto il lasciapassare della Commissione europea, che dovrà pronunciarsi visto che si tratta di un’istituzione statale capitalizzata con denaro pubblico, che deve quindi rispettare regole comunitarie. Detto questo, la GIB avrà a disposizione 3 miliardi di sterline in 4 anni, di cui 1 viene dallo stato e il resto è il ricavato della vendita di asset pubblici. Naturalmente, si spera che i buoni propositi spingano i privati ad investire; poi, dal 2015 la GIB potrà contare su eventuali prestiti, sempre che le sue casse non siano già vuote e il governo non debba preoccuparsi piuttosto di riempirle.

Esiste comunque un organo apposito, la Green Investment Bank Commission, che ha analizzato le possibilità di successo. È una strada piena di ostacoli, questo il Regno Unito lo sa bene, addirittura il paragone si spinge fino al confronto tra le ricostruzione dopo la II guerra mondiale e la riduzione delle emissioni secondo i target europei. In ogni caso, la GIB avrà bisogno del sostegno della politica e, pur essendo indipendente, dovrà rispettare il filo conduttore imposto dal Bank Policy Group. Al momento si sa solo che i pilastri saranno efficienza energetica (non solo domestica), eolico offshore e gestione dei rifiuti, senza escludere però il nucleare, anche se gli ambientalisti non gradiscono affatto. Sarà questo il nodo cruciale da sciogliere nei prossimi mesi, che determinerà anche quale potrà essere l’immagine della GIB all’esterno. Inutile dire che, se anche il nucleare verrà inserito nei piani, di “green” ne resterà quasi soltanto il nome.

Anna Tita Gallo

 

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