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novethic 450Gli azionisti stanno investendo sempre più pianificando strategie responsabili e sostenibili. Lo svela una ricerca, secondo cui il 72% di loro ha delineato policy di investimento formali che vanno in questa direzione (+7% rispetto al 2013). Le questioni di Csr hanno un peso sempre maggiore nell’orientare le decisioni di management e finanziarie, spinte probabilmente anche dall’opinione degli stakeholder sull’importanza di virare verso la sostenibilità.

IL SONDAGGIONovethic ha pubblicato i risultati di un sondaggio su questo tema svelando le risposte di 185 investitori che possiedono oltre 6 mila miliardi in azioni in 13 Paesi europei. A loro è stato chiesto di parlare del loro impegno nell’integrare i fattori ambientali, sociali e di governance nelle scelte di management. Quanto contano?

RISULTATI – Il mercato si sta sviluppando in chiave green e la metà degli intervistati dice di integrare criteri di Csr in tutti gli asset, considerando sia azioni che bond che altri tipi di investimenti. Esistono obiettivi precisi, vale nel doppio dei casi rispetto ad un anno fa, mentre la percentuale resta la stessa quando si parla di monitoraggio della qualità del portfolio degli investimenti posseduti. Cosa significa? Significa che nelle scelte pesano di più questi fattori e che comunque gli investimenti non perdono in qualità, anzi.

Gli investitori elencano diversi motivi che spingono verso investimenti responsabili: contribuire allo sviluppo sostenibile, gestire meglio i rischi nel lungo periodo, proteggere la reputazione. Ma la verità è che questo cambiamento dipende proprio dagli investitori stessi. Il 46% chiede esplicitamente un report di Csr (+15% rispetto al 2013). E sappiamo bene che l'influenza dei manager più sensibili alla Csr cresce ogni giorno di più, non è una novità, è un trend.

RISCHI – A preoccupare sono i rischi connessi ad investimenti sbagliati. E spiccano i rischi connessi agli asset legati al mondo delle fonti fossili. Per un terzo degli intervistati è una voce di preoccupazione chiave. Il problema è noto come “carbon bubble”: è il rischio di investire nelle compagnie petrolifere proprio nel momento in cui sono costrette ad adattare il proprio business alla lotta ai cambiamenti climatici, lasciando i giacimenti là dove sono, nel sottosuolo. Preoccupazioni che svelano però anche la volontà di passare ad un mercato diverso, in cui tutte le aziende abbandonano le fonti tradizionali e i vecchi metodi di investire e guardano al futuro, al green, ad un mondo più sostenibile.

Non a caso si parla già da tempo di "disinvestimento" ed è nato un vero e proprio movimento, che nel Regno Unito ha preso le sembianze di "Divest!": nel Regno Unito è nata la campagna "Divest!", mentre in Australia, la Australian National University ha smesso di investire in 7 compagnie del settore delle fossili, scatenando le ire di alcuni esponenti del Governo. Ma ormai il fenomeno dilaga: studenti e docenti di altri atenei del Paese si sono mobilitati per chiedere il disinvestimento alle proprie strutture. Anche la Chiesa d'Inghilterra si è mobilitata e fa pressione su BP e Shell, mentre la diocesi di Oxford tenta di "diffondere il verbo" della sostenibilità nella chiesa anglicana. Ma ci sono anche Paesi che non seguono questa scia, come nel caso della Norvegia.

IMPEGNO E COINVOLGIMENTO – Secondo il sondaggio, infine, le tematiche della sfera governance sono quelle più considerate (85%), i rischi legati alle risorse idriche sono voci rilevanti per il 28%, quelli legati alle fossili per il 23%.

CSR engagementtopics

Anna Tita Gallo

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