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greenclimatefund 450Il denaro Onu per sostenere i Paesi in via di sviluppo a contrastare i cambiamenti climatici può essere speso per impianti a carbone, la più inquinante fonte utilizzata per produrre energia elettrica.

I Paesi aderenti al Green Climate Fundhanno rifiutato l’introduzione di un divieto esplicito di utilizzo delle fossili. È accaduto a Songdo, Corea del Sud, dove si è tenuto un incontro nei giorni scorsi.

LE REAZIONI – La notizia non poteva passare clamorosamente in secondo piano, infatti il mondo degli ambientalisti è stato il primo a diffonderla. “ È come una convenzione anti-tortura che non proibisce la tortura”, dice Karen Orenstein di Friends of the Earth US, che era all’incontro.

L’OBIETTIVO DEL FONDO - Il fondo era stato creato nell’ambito delle negoziazioni sul clima dell’Onu, che avevano come obiettivo quello di sostenere misure varie perché i Paesi in via di sviluppo potessero adattarsi ai cambiamenti climatici. E queste misure peraltro includevano la diffusione delle rinnovabili attraverso finanziamenti. È la tanto osannata “resilienza”.

Si legge sul sito Web di riferimento: “Il fondo promuoverà il salto verso un paradigma low-emission e vie di adattamento ai cambiamenti climatici attraverso la limitazione o la riduzione dei gas serra nei Paesi in via di sviluppo”. Ma i Paesi industrializzati hanno versato solo circa l’1% dei 10,2 bn di dollari di cui si parlava alla conferenza di Lima a dicembre 2014. La deadline per inviare i contributi è il 30 aprile, ma è abbastanza chiaro che la situazione non sia destinata a cambiare di molto. D’altra parte, senza regole chiare, secondo gli ambientalisti, molto di quel denaro potrebbe essere deviato sulle fonti di energia tradizionali.

CHI SI OPPONE AL DIVIETO - Un esempio lampante è quello del Giappone: l’impegno era quello di destinare 1 mld di dollari ad impianti a carbone in Indonesia, poi ne ha stanziati altri 630 mln per altri impianti dello stesso tipo in India e Bangladesh. Il problema è che rientrano nella categoria “energie pulite” perché inquinano meno dei vecchi impianti a carbone.

Il Giappone è dell’idea che la promozione di impianti a carbone ad alta efficienza sia una delle più realistiche, pragmatiche ed efficaci forme di approcciarsi ai cambiamenti climatici”, ha incredibilmente dichiarato Takako Ito, un portavoce del ministero degli esteri. Ma non è solo il Giappone ad avere una posizione a dir poco ambigua. Anche la Cina e l’Arabia Saudita si oppongono al bando totale delle fonti tradizionali. I vertici del fondo hanno raggiunto un accordo, quello di fissare un livello minimo relativo al taglio dei gas serra, ma non scatterà fino al 2016. Nel frattempo, applicheranno un “assessment scale” ai primi progetti, che dovrebbero essere approvati ad ottobre.

Anna Tita Gallo

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