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eu commissione 00Le stesse aziende europee che promuovono al proprio interno delle misure ambiziose per ridurre il proprio impatto ambientale sostengono anche, attraverso l'adesione ad alcune associazioni di categoria, le lobby che si oppongono strenuamente all'adozione di politiche più stringenti in materia di cambiamento climatico. Lo rivela un rapporto pubblicato dal Policy Studies Institute dell'Università di Westminster.

Il report Lobbying by Trade Associations on EU Climate Policy, commissionato dall'associazione benefica ShareAction, si basa su documenti pubblici nei quali sono riportate le interazioni tra alcune influenti associazioni di categoria, che rappresentano gli interessi dell'industria europea, e la Commissione Europea su temi come clima, energia ed emissioni. Da essi emerge che tali associazioni svolgono un'attività lobbistica volta a frenare qualsiasi tentativo della UE di portare avanti delle politiche ambientali più ambiziose e lungimiranti.

I documenti mostrano, ad esempio, che ben 6 associazioni di categoria (tra le quali Business Europe, Cefic ed EuroMetaux) si sono schierate contro il rilancio del sistema europeo di scambio di quote di emissione (ETS), ostacolando l'iter di approvazione della norma da parte dell'Europarlamento.

Molte associazioni di categoria, inoltre, promuovono, in materia di ambiente e sostenibilità, posizioni molto più conservatrici di quelle dei propri membri: basti pensare che, appena un anno fa, Unilever ha abbandonato Business Europe (il cartello che aspira a raccogliere tutte le imprese europee, a prescindere dalle loro dimensioni) proprio a causa di contrasti su tematiche ambientali.

La stessa multinazionale ha tuttavia confermato la propria appartenenza a Cefic, l'associazione europea che riunisce le industrie chimiche, pur ammettendo di essere in disaccordo con l'organizzazione su molti temi e, in particolare, sulla necessità di riformare il mercato del carbonio.

"Unilever ha fissato obiettivi ambiziosi per affrontare il cambiamento climatico e appartiene a quella avanguardia di aziende che chiede una trasformazione del nostro sistema energetico e della nostra economia." - ha spiegato in proposito un portavoce dell'azienda - "Non stupisce, quindi, che le nostre posizioni siano più ambiziose di quelle promosse da associazioni, incluse quelle di cui siamo membri, che raccolgono al proprio interno numerose realtà. Le posizioni di Unilever riguardo al cambiamento climatico non sono mai state influenzate dall'appartenenza ad una data associazione di categoria [...]."

Anche Veolia Environment, Bayer e Johnson & Johnson, solo per citare alcuni esempi, pur essendo membri di Cefic, promuovono politiche di sostenibilità molto più avanzate di quelle dell'associazione: una contraddizione che sembra non giovare al perseguimento di politiche di più ampio respiro da parte dell'Unione Europea. È pertanto ecito chiedersi perché delle aziende impegnate sul fronte della sostenibilità continuino a far parte di realtà che promuovono idee e politiche così tanto diverse dalle proprie.

"Il cambiamento climatico in corso potrebbe rivelarsi immensamente costoso per chi investe sul lungo periodo, come nel caso dei fondi pensione." - puntualizza in un comunicato Catherine Howarth, Amministratore delegato di ShareAction - "Ecco perché molti di questi investitori si sono impegnati a sostenere il raggiungimento di un accordo globale e a supportare la leadership dell'UE in materia di clima. Ma, proprio sotto al loro naso, molte delle aziende presenti nel loro portfolio di azioni finanziano delle associazioni di categoria segrete che sembrano determinate a minare la sicurezza climatica. Questo comportamento da dottor Jeckill e Mister Hyde sul cambiamento climatico deve finire."

Lisa Vagnozzi

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