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parchi impresaI parchi come fonte di ricchezza delle imprese che vi operano all'interno. Una vera e propria spinta propulsiva quella fornita dai parchi nazionali italiani, che hanno accresciuto la redditività e spinto in avanti il PIL, favorendo occupazione e rilanciando l'economia.

È questa la fotografia scattata dal nuovo rapporto del Ministero dell’Ambiente e di Unioncamere. La ricerca ha preso in esame i parchi tenendo conto anche dei siti della rete Natura 2000 e delle aree marine protette, e ha messo nero su bianco un fatto: esiste una sorta di “effetto parco” per il quale le aree verdi diventano sinonimo di ricchezza e benessere per le imprese in esse localizzate.

I dati parlano chiaro. L'analisi del valore aggiunto procapite, prodotto dalle imprese dei Parchi nazionali italiani, mostra che nonostante la congiuntura negativa, tra il 2011 e il 2013 il valore aggiunto prodotto all'interno dei Parchi nazionali è sceso “solo” dello 0,6%. Un terzo rispetto a quanto accaduto nel resto dell'Italia, dove è stato registrato un calo pari a -1,8%.

Crescita economica, sostenibilità ambientale, produzioni di qualità, rispetto dei saperi e del benessere dei territori: queste le chiavi alla base di un modello di sviluppo nuovo che attrae soprattutto i giovani e le donne. Sempre più spesso infatti, queste due categorie individuano proprio nelle aree protette i luoghi migliori dove fare impresa. Un dato su tutti. La popolazione che ha meno di 30 anni è maggiore in percentuale nei parchi nazionali (31,2%) rispetto alla media italiana (29,4%), con punte del 38% in alcune aree del meridione, come il Vesuvio, l’Aspromonte e il Gargano. Le imprese, anche se di ridotte dimensioni, sono dunque caratterizzate da una maggior presenza di giovani (13,1% le imprese giovanili dei parchi contro l’11,1% della media Italia), e di donne (26,8% le attività a guida femminile nelle aree protette contro il 23,6% registrato a livello italiano).

Le aree protette costituiscono un grande laboratorio di nuove pratiche innovative e ecocompatibili”, ha detto il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello. “Un polmone verde che, negli ultimi anni, è al centro di un interessante risveglio socio-economico. Nella sostenibilità e nell’economia a dimensione delle comunità locali c’è la vera essenza del modello produttivo italiano. Per questo l’attenzione alle aree naturali protette è per noi congeniale al tema dello sviluppo e del rilancio dell’economia”.

La Green Economy è un percorso già tracciato, che pone l'ambiente come valore fondante nella produzione del reddito; il rapporto va oltre, mettendo in luce numeri, cifre e storie in cui i parchi nazionali sono protagonisti di esperienze positive. Dalla loro valorizzazione può arrivare una svolta per la crescita del Paese,” ha aggiunto il Ministro Galletti.

I numeri delle imprese – L'ampia presenza di montagne non sembra essere un impedimento. Sono infatti oltre 68mila le attività produttive presenti in queste aree, in prevalenza di natura commerciale (26%, spesso di prodotti artigianali), agricola (22,5%) e legata alla ristorazione (7,7%). Ciò significa che esistono 9,7 imprese ogni 100 abitanti, con una densità di poco inferiore a quella media nazionale (10,2%). Ridotto, invece, il numero delle imprese straniere (3.533), che rappresentano solo il 5,2% del totale a fronte del dato medio del 7,8%.

parchi nazionali imprese

Ma l'Italia è ancora divisa. Fare impresa nella natura conviene ma solo al Centro-Nord, al Meridione è tutt'altra storia. Mettendo a confronto il valore aggiunto pro capite prodotto nei Parchi nazionali chiamati “comuni natural capital based” con un raggruppamento di comuni a modesta presenza naturalistica ma con caratteristiche economiche e localizzative simili a quelle delle aree naturali protette chiamate "comuni not natural capital based", è emerso un differenziale positivo di 6mila euro nel caso del Nord-Ovest (dove i comuni natural capital based valgono quasi 19.500 euro di valore aggiunto pro capite, a fronte dei 13.500 dell’altro raggruppamento) e di 1.800 euro nel caso del Centro (17mila euro contro oltre 15.200). Tale differenziale diventa però negativo nel Mezzogiorno.

Francesca Mancuso

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