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olio di palma

Il consumo di olio di palma potrebbe diminuire per via di un'etichetta. A partire dal dicembre 2014, infatti, i produttori alimentari potrebbero dover indicare specificatamente se utilizzano olio di colza, olio di palma, di soia o qualsiasi altro olio che attualmente è etichettato indistintamente come olio vegetale. Così, se dal 1995 la produzione globale di olio di palma è triplicata e le importazioni in Europa corrispondono al 10% della produzione mondiale, per la prima volta si tenterà davvero di invertire questa tendenza suicida a utilizzare un prodotto così dannoso e insostenibile.

Eppure, fa notare il Mali, c'è olio di palma e olio di palma. L'olio di palma malese, infatti, a sentire le parole di un funzionario del Governo, non sarebbe uguale a quello indonesiano. Per questo il Paese asiatico elaborerà una nuova strategia di etichettatura per rassicurare i consumatori europei, di cui la maggior parte non vuole avere nulla a che fare con la strage ambientale legata alle coltivazioni di olio di palma o con le aziende del settore, che danno deliberatamente fuoco alla foresta originaria, uno degli ultimi serbatoi di biodiversità del pianeta, per fare spazio alle nuove piantagioni intensive.

Accusati di aver offerto delle taglie per la testa degli oranghi e colpevoli di deforestazione indiscriminata, negli anni passati i produttori di olio di palma si sono buttati a capofitto in un mercato fiorente, visto le ottime rese energetiche e la crescente richiesta per usi alimentari e cosmetici. Ma le cose ora potrebbero cambiare: "se l'olio di palma mantenesse la sua cattiva reputazione, alcuni produttori alimentari potrebbe smettere di usarlo", ha detto a Reuters Frans Claassen, capo del Consiglio olandese per Margarina, grassi e oli, convinto che tutte queste campagne negative portate avanti dagli attivisti potrebbero costringere realmente i produttori alimentari a cercare di sostituire l'olio di palma, tagliando le importazioni. E rendendo anche i prodotti più costosi.

Sono in molti a credere che i certificati di sostenibilità possano essere un modo per rassicurare i consumatori che la foresta pluviale non è stata distrutta per fare spazio all'olio di palma utilizzato in un prodotto specifico. Unilever, ad esempio, che è uno dei buyer più grandi del mondo di olio di palma, ha detto che il 100% del suo olio di palma sarà sostenibile a partire dal 2012: "entro il 2020, il nostro obiettivo è di avere solo olio di palma sostenibile, per il quale sarà possibile individuare la provenienza e risalire alla piantagione in cui è stato coltivato". La domanda sorge spontanea: queste misure basteranno per cambiare la rotta o saranno l'ennesima operazione di "greenwashing"?

Roberta Ragni

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