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Home Restaurant: una moda che dilaga, quella di cucinare ed invitare sconosciuti a casa. Una moda che s’inserisce a pieno tra le attività della cosiddetta “sharing economy”. Ma la legge cosa dice in proposito?

Un parere del MiSE li equipara alle attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, quindi scatta una serie di oneri. Una petizione chiede l’approvazione di una legge – un ddl già esistente – che fisserebbe regole certe e darebbe una certa libertà a chi teme sanzioni.

IL PARERE DEL MISE – Queste le parole contenute in un documento ufficiale:

L’attività in discorso, ad avviso della scrivente, anche se esercitata solo in alcuni giorni dedicati e tenuto conto che i soggetti che usufruiscono delle prestazioni sono in numero limitato, non può che essere classificata come un’attività di somministrazione di alimenti e bevande, in quanto anche se i prodotti vengono preparati e serviti in locali privati coincidenti con il domicilio del cuoco, essi rappresentano comunque locali attrezzati aperti alla clientela. Infatti, la fornitura di dette prestazioni comporta il pagamento di un corrispettivo e, quindi, anche con l’innovativa modalità, l’attività in discorso si esplica quale attività economica in senso proprio; di conseguenza, ad avviso della scrivente, non può considerarsi un’attività libera e pertanto non assoggettabile ad alcuna previsione normativa tra quelle applicabili ai soggetti che esercitano un’attività di somministrazione di alimenti e bevande”.

Di conseguenza, si applicano, secondo il MiSE, le disposizioni di cui all’articolo 64, comma 7, del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59 e s.m.i.. I soggetti che vogliono fare Home Restaurant, in buona sostanza, dovrebbero presentare la SCIA o a richiedere l’autorizzazione, se attività svolte in zone tutelate, dovrebbero avere un piano HACCP, impianti e strutture a norma e via dicendo.

Si tratta di un parere, ma ora si teme che alcune amministrazioni inizino i controlli a tappeto e scattino le multe, sulla base della legge che disciplina la somministrazione di alimenti e bevande.

CONFCOMMERCIO APPROVA - “Ben venga l’innovazione che rispetta le regole!. La risoluzione del ripristina, senza spazio per dubbi e interpretazioni, le regole per una competizione leale e corretta: a parità di attività ci vuole parità di regole, di tributi e di obblighi. Non è, infatti, ammissibile – prima di tutto per garanzia e sicurezza dei cittadini – che ci possano essere modalità diverse di fare ristorazione: da un lato quelle soggette a norme e prescrizioni rigorose a tutela della qualità e della salute; dall’altro quelle senza vincoli, senza controlli, senza tasse, senza sicurezze igieniche. Il settore della ristorazione è sempre più attento e aperto all’innovazione e alla sperimentazione di nuove formule, come dimostrano le migliaia di imprese che nel nostro Paese si sono conquistate la fiducia e l’apprezzamento dei clienti. Ben vengano quindi nuove idee e nuovi approcci, purché siano sostenute da un corretto spirito imprenditoriale, da trasparenza e da lealtà verso i consumatori e verso lo Stato”, commenta Lino Enrico Stoppani, Presidente di Fipe e vicepresidente Confcommercio.

La stessa Fipe, anche a livello locale, si schiera a favore del parere del MiSE, com’era prevedibile. Le attività degli Home Restaurant vengono bollate subito come fuorilegge:

A dirlo non siamo noi, ma la legislazione italiana, in primis il Testo unico di pubblica sicurezza, laddove chiarisce che l’attività, anche se svolta occasionalmente, deve rispettare comunque parametri e titoli previsti dal decreto legislativo 59/2010 di recepimento della direttiva Bolkstein che impone specifici requisiti professionali e il rispetto di norme edilizie, urbanistiche e di sicurezza (…) La legge 287/1991, preme sottolinearlo, prevede sanzioni che oscillano fra i 2 mila 500 e i 15 mila euro per chi eserciti abusivamente l’attività. È che tanti padroni di case possano essere allettati da facili guadagni, senza obblighi né vincoli di sorta, a partire da quelli fiscali per proseguire con quelli normativi legati alla sicurezza sul lavoro, ma è bene che si dica a chiare lettere che questa è una forma di abusivismo vera e propria”, si legge in una nota di Fipe Lucca.

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LA PETIZIONE – La richiesta di regole certe arriva da più parti, per tutelare sia chi vuole mettersi alla prova con un Home Restaurant, sia per chi decide di recarvisi. E una legge ci sarebbe già, il ddl sull’Home Food presentato al Senato nel 2014. Ora una petizione online su Change.org ne chiede l’approvazione.

Anna Tita Gallo

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