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fv_emilia_250x166La commissione Territorio, ambiente e infrastrutture della Regione Emilia Romagna ha esaminato la delibera della Giunta con i criteri per una prima individuazione delle aree idonee all’installazione di impianti fotovoltaici.

Si tratta di un’anticipazione delle Linee guida regionali che si occuperanno di fissare ancora più rigidamente i paletti in questione, un provvedimento da adottare entro gennaio 2011 (secondo quanto previsto dal decreto ministeriale dello scorso settembre, di cui avevamo già parlato) da parte di tutte le regioni italiane, in cui stabiliranno le loro regole per lo sviluppo delle rinnovabili nel territorio, integrandole a loro discrezione nell'ambiente e nel paesaggio.

L’assessore Sabrina Freda - si legge in un comunicato stampa della Regione - ha reso noti alcuni dati del fotovoltaico in Emilia Romagna, che lasciano intendere una crescita della quantità di richieste di autorizzazione, dovuta anche ai minori incentivi previsti dal prossimo anno: “L’Emilia-Romagna con il fotovoltaico produce 138 mw di energia (è la terza in Italia) e ci sono richieste per altri 137,72 mw (solo nelle zone della bassa Romagna) e di 96 mw nella provincia di Piacenza. È quindi urgente stabilire come e quando autorizzare tali impianti”.

Secondo il documento, le zone idonee da privilegiare sono gli edifici già esistenti e le fasce di rispetto di strade, autostrade, linee ferroviarie ed elettrodotti. Sono poi idonee “le colonie marine, gli insediamenti urbani storici e le strutture insediative storiche non urbane (se l’impianto è collocato esclusivamente sugli edifici esistenti); le serre in zone agricole; le aree a servizio di discariche autorizzate già esistenti, anche se non più in esercizio; le aree a servizio di impianti di risalita, se l’energia elettrica prodotta è da questi utilizzata. È inoltre previsto che nelle zone di tutela di laghi, bacini e corsi d’acqua, nelle quali sono ammesse attività agricole compatibili con la tutela paesaggistica, naturalistica e geomorfologica, possano essere installati impianti, con moduli ubicati al suolo, destinati però all’autoconsumo delle aziende agricole già insediate e con una potenza non superiore a 20 kw. Se gli impianti sono realizzati da aziende agricole già insediate, occupano una superficie non superiore al 10% di quella agricola disponibile alle stesse aziende, hanno una potenza non superiore a 200 kw e non alterano caratteristiche essenziali del paesaggio, possono essere anche installati in: zone di particolare interesse paesaggistico-ambientale, aree archeologiche, zone di tutela della struttura centuriata, partecipanze, aree delle bonifiche storiche di pianura, crinali e dossi di pianura non ritenuti di particolare tutela dai Piani territoriali comunali e provinciali (Ptcp)”.

I pannelli possono poi comparire, se destinati all’autoconsumo, su crinali e colline sopra i 1200 metri e in zone di tutela naturalistica se le aree non sono di esclusiva destinazione naturale, in zone agricole nelle quali si coltivano prodotti biologici e di origine controllata se la superficie occupata non è superiore al 10% di quella agricola e la potenza non supera i 200 kw. Stesse limitazioni nelle aree della Rete Natura 2000, in quelle contigue ai Parchi (nazionali, interregionali e regionali) e in aree agricole nelle quali l’impianto occupi una superficie non superiore al 10% delle particelle catastali contigue di proprietà del richiedente.

Sono invece inidonee ad accogliere gli impianti “le aree di particolare tutela paesaggistica, censite nel piano territoriale paesistico regionale o nei piani provinciali e comunali; il sistema forestale e boschivo; le zone di tutela della costa e dell’arenile; gli invasi e gli alvei di laghi, bacini e corsi d'acqua; i crinali e dossi di pianura tutelati dai Ptcp; i calanchi; i complessi archeologici; gli immobili e le aree di notevole interesse pubblico; le aree incluse nelle riserve naturali e le aree forestali e umide della Rete Natura 2000”.

Il documento è poi stato sottoposto ad enti locali, associazioni di categoria, socio-economiche ed ambientaliste, durante un’udienza conoscitiva in cui si è riflettuto soprattutto sui tempi di applicazione delle norme e sul futuro dei procedimenti autorizzativi già in corso, oltre che sul limite massimo di 200 kW di energia per gli impianti fotovoltaici a terra in aziende agricole.

Confindustria ha chiesto innanzitutto alla Regione di quantificare la produzione di energia fotovoltaica che intende produrre, considerando poi che la regolamentazione dovrebbe prevedere una gradualità e considerare i costi consistenti dell’iter per le richieste autorizzative. E sempre Confindustria ha ricordato che nelle aree idonee non possono essere posti vincoli agli impianti. Confagricoltura chiede invece un “provvedimento ponte”, che permetta al fotovoltaico di essere “un’integrazione di reddito agli agricoltori, e consenta, come sostiene anche Coldiretti, a fianco di una produzione massima di 200 kW altri 10 kW per ogni ettaro dell’azienda”, si legge sul comunicato stampa che riassume gli interventi. Più drastici i membri del FAI, il Fondo ambiente italiano, che sostengono che “il fotovoltaico è una fonte che va sostenuta ma gli impianti, come regola, dovrebbero stare sui tetti e non al suolo”, oltre a ricordare di dover “porre attenzione affinché le aziende agricole contigue non diano vita a vere e proprie centrali fotovoltaiche”.

Legambiente aveva già indicato il proprio parere sulla strada da percorrere in Emilia Romagna, “favorire la diffusione dei pannelli fotovoltaici sugli edifici, che ancora non hanno avuto la diffusione auspicabile”. Secondo l’associazione del cigno, il provvedimento va rivisto e occorre definire prima cosa si intende per “aziende agricole”, visto che il 70% dei terreni appartiene a persone che non fanno gli agricoltori. Da rivedere anche l’aumento del 10% del limite di suolo utilizzabile.

Prossima tappa del provvedimento, il passaggio dalla Commissione per l’esame dell’Aula, da cui verrà licenziato.

Anna Tita Gallo

GreenBiz.it

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