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Uno studio della Stanford University mette in luce i limiti dello stoccaggio di energia elettrica prodotta dalle rinnovabili.

Per certe tecnologie, come l'eolico, è molto più conveniente fermare la produzione che stoccare gli eccessi in batterie chimiche. Il concetto di base su cui si basa lo studio "The energetic implications of curtailing versus storing solar- and wind-generated electricity" è quello di "energy stored on electrical energy invested" (ESOI): quantità di energia che uno stoccaggio riesce a contenere durante il suo ciclo di vita comparata alla quantità di energia che è necessario spendere per costruire lo stoccaggio stesso.

Se per costruire l'accumulo ci vuole molta energia, come nel caso delle batterie chimiche, allora sarà conveniente (dal punto di vista energetico) usare tale accumulo solo per stoccare l'energia prodotta da tecnologie ad alta intensità energetica, come il fotovoltaico.

Cioè per quelle tecnologie che hanno un "energy return on energy investment" (EROI) molto basso lo stoccaggio conviene anche con ESOI basso. Nel caso di fonti con EROI alto ci vuole uno stoccaggio con ESOI alto.

esoi fotovoltaico eolico

Usare batterie chimiche per accumulare energia prodotta da una fonte energeticamente meno impegnativa, come l'eolico, secondo gli scienziati ha poco senso e paradossalmente, vista in questa prospettiva, sarebbe meglio smettere di produrre energia fermando le pale eoliche che accumularla se lo stoccaggio ha ESOI basso. La cosa cambia, e di molto, se si abbina l'eolico ad un'accumulo a bassa intensità energetica: pompaggio idroelettrico e, soprattutto, sistemi di accumulo ad aria compressa (CAES).

Buona parte del problema delle batterie, visto che l'ESOI si calcola sull'intero ciclo di vita, sta nel basso numero di cicli di carica e scarica. Se le batterie chimiche reggessero 12-18 mila cicli di carica e scarica (da due a dieci volte di più delle attuali tecnologie) l'ESOI cambierebbe molto e anche questo tipo di accumuli sarebbe vantaggioso per l'eolico.

esoi batterie rinnovabili

Lo studio ha una duplice valenza. Da una parte ci dice che puntare sulle batterie chimiche domestiche per il fotovoltaico come stanno facendo in Germania con appositi incentivi statali ha un senso anche dal punto di vista energetico, mentre non lo ha affatto l'esperimento di Terna sui grandi accumuli chimici posti al di sotto di alcuni parchi eolici.

Dall'altra lo studio è un faro per la ricerca nel settore degli stoccaggi: limitandoci alle batterie chimiche, ad esempio, la chiave di volta sarà aumentare il numero di cicli di carica e scarica della batteria in modo da aumentarne l'ESOI e rendere questa tecnologia adatta non solo al fotovoltaico, ma anche ad altre rinnovabili.

Peppe Croce

GreenBiz.it

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