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greenpeace enel centrali a carbone - fonte foto: fonte foto: greenpeace.orgNuove centrali a carbone potrebbero sorgere in Italia ed in Europa sulla base dei progetti di Enel per il futuro. Ad essi si oppone Greenpeace, che attraverso l'azionariato della Fondazione Culturale di Banca Etica chiede nuovamente ad Enel di archiviare i propri progetti legati al carbone e di cambiare strada, per il bene del Paese e degli Stati Europei. Ci si prepara all'assemblea odierna degli azionisti di Enel per presentare il problema.

I progetti di nuove centrali a carbone che destano maggiori preoccupazioni riguardano le località di Porto Tolle, in provincia di Rovigo, e di Galati, in Romania. Secondo quanto comunicato da parte della Fondazione Culturale di Banca Etica, lo sviluppo del carbone in Italia è affidato alle centrali presenti nelle località di La Spezia, Civitavecchia, Porto Tolle, Rossano e Brindisi.

Attorno ad esse si sono organizzati gruppi di cittadini desiderosi di difendere il proprio territorio, l'ambiente e la salute. A preoccupare sono soprattutto i rischi di malattia e di morte indotti dalle emissioni di ossidi di zolfo e di azoto, PM10 e CO2. A fronte di tutto ciò, con il supporto di Greenpeace, di Re:Common e dei Comitati Italiani Contro il Carbone, la Fondazione Culturale di Banca Etica ha sottoposto ad Enel 70 importanti domande, alle quali si attende al più presto risposta.

Il Presidente della Fondazione Culturale di Banca Etica, Andrea Baranes, spiega la propria preoccupazione per il futuro energetico italiano: "Nel 2012 il 31,03% dell'energia elettrica prodotta complessivamente da Enel a livello globale è stato generato bruciando carbone, un dato in crescita del 6,6% rispetto all'anno precedente. Se si restringe il campo all'Italia il dato è ancora più preoccupante. Dal 2010 al 2012 la percentuale di elettricità generata dal carbone è cresciuta del 14,3%, fino a raggiungere il 48,14% odierno. Nello stesso periodo le nuove rinnovabili (solare ed eolico) sono cresciute di appena l'1,5%".

La crescita italiana dell'energia ricavata dal carbone, rispetto alle fonti rinnovabili, è evidente. Per il futuro del Paese, al fine di proteggere il territorio e la salute dei cittadini, sarà necessario intraprendere una strada ben diversa, che dovrebbe dirigersi verso l'impiego di fonti di energia pulite.

Prosegue Baranes: "Con la produzione decentrata di energia grazie ai pannelli solari sui tetti, il mini-eolico, il mini-idroelettrico siamo di fronte a qualcosa di mai visto, che ribalta completamente il modello energetico costruito negli ultimi secoli intorno alle fonti fossili, ai grandi impianti, agli oligopoli. E' in atto una rivoluzione, che Enel - e il Governo italiano che ne è l'azionista principale - sta osservando in disparte: le nuove rinnovabili contribuiscono solo per il 3,14% al mix di produzione energetica della società a livello globale. La crescita dal 2011 al 2012 è stata inferiore all'1%. Il solare non è nemmeno indicato in bilancio".

Le preoccupazioni di Greenpeace sono rivolte in modo preponderante alle centrali a carbone di Porto Tolle, nel delta del Po, e di Galati, nella regione della Moldavia. Per quanto riguarda il progetto per la centrale a carbone di Porto Tolle, Greenpeace ha realizzato un rapporto in collaborazione con l'Università di Stoccarda, dal quale emergono stime che prevedono un numero di 85 casi di morte prematura e 234 milioni di euro di danni ambientali e sanitari per ogni anno di funzionamento dell'impianto. Le emissioni della centrale interesserebbero aree già densamente inquinate appartenenti alle regioni Lombardia e Veneto.

L'assemblea degli azionisti Enel vedrà l'intervento di un cittadino rumeno, Mihai Văleanu, il quale a nome della popolazione di Galati e del fronte della protesta ha chiesto ad Enel di investire i suoi capitali in fonti rinnovabili, di cui la Romania è ricca, e di abbandonare la strada del carbone, che per quell'impianto Enel dichiara di voler importare dalle miniere dell'ex blocco sovietico dell'Ucraina. I piani di Enel per il futuro di Italia ed Europa appaiono al momento insostenibili. Una svolta verso le rinnovabili salverebbe il nostro territorio e contribuirebbe ad affievolire la crisi, offrendo nuovi posti di lavoro "puliti". Il "gigante dai piedi d'argilla" si arrenderà?

Leggi il rapporto di Greenpeace "Porto Tolle: analisi comparativa dell'impatto sanitario".

Marta Albè

Commenti   

0 #2 Pier Luigi Caffese 2013-05-04 19:00
L'Enel dice che il carbone è economico ed invece non lo è perchè bisogna pulirlo.Ora l'Enel ha sbagliato sui progetti di Porto Tolle perchè la Co2 si riusa,non si butta come fanno quegli spreconi di Enel e mi servirebbe come il pane per produrre biofuel,ovviamente non pagandola.Se non mi permettono il reuse Co2 devono pagare una alta carbon tax come avviene nel mondo.Per il Sulcis il progetto Enea è sbagliato perchè copia quello Enel di CCS geo che è una cavolata pazzesca.Ho inviato il progetto Sulcis e con gentilezza me lo hanno restituito sia in regione che il maggior organo di stampa sardo,ovviamente sponsorizzato Enel.
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0 #1 Olivia 2013-05-01 14:57
Si fa presto a dire Greenpeace. E si fa presto a verificare che la ridotta produzione dal fotovoltaico si deve alla bassa efficienza, allo stato delle tecnologie disponibili.
Greenpeace è una multinazionale che procede spedita verso i fondi che deve raccogliere, per sostenere una macchina organizzativa sempre più costosa. Alzare il tono delle campagne perché la crisi riduce le donazioni, per colpire emotivamente i potenziali donatori, non basta, però, quando la bugia è dietro l'angolo.
Il metodo che avrebbe "scientificamente validato" l'università di Stoccarda è stato stravolto facendolo passare per indicatore di mortalità, mentre è un indicatore di disabilità, che funziona per quantificare in termini monetari l'eventuale riduzione dell'aspettativa di vita.
Il metodo non dice - come fa Greenpeace - tot emissioni uguale tot morti, ma tot emissioni uguale tot eventuali spese sanitarie. Si tratta di ipotesi fondate su modelli matematici, e non su dati reali di contesto locale. A queste ipotesi l'università di Stoccarda ha aggiunto un altro modello matematico, non dati reali.
Per poter dichiarare quello che afferma Greenpeace, non basta fermarsi alle emissioni. Bisogna condurre campagne di monitoraggio sulle immissioni al suolo e studi epidemiologici sulla popolazione residente: i risultati vanno messi in relazione, poi, con gli altri fattori di rischio. Cioè, ipertensione, tabacco (primo fattore di rischio delle malattie respiratorie), obesità, eccetera.
Per tutti questi motivi, ci sono molti dubbi sulle vere ragioni della campagna Greenpeace anti-Enel. Soprattutto quando è accompagnata da certe dichiarazioni del direttore esecutivo dell'associazione: "Il gas è dimostrato che altera il clima ma non provoca danni sanitari diretti ai cittadini".
Come se ci fossero fonti fossili "nobili".
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